Jacopo Tondelli
Post Silvio
7 Gennaio Gen 2013 1252 07 gennaio 2013

Maurizio Martina rinuncia alla poltrona romana: “Sto in Lombardia, voglio vincere qui con il mio Pd”

Ieri, con un po' di dispiacere, commentavo la notizia della certa partenza per Roma di Maurizio Martina, segretario del pd lombardo. Non era il solo: anche Cesare Zapperi sull’edizione bergamasca del Corriere aveva già espresso analoghe perplessità. Proprio ora che il rischio di sconfitta per il centrosinistra contro il rinsaldato duo Lega-Pdl, però, Martina ha deciso di rinunciare ad andare in parlamento, e ha preferito stare a fare politica in Lombardia. Vincere non sarà facile, Martina sicuramente lo sa, e vuole giocare la sua partita qua. Qui sotto la sua lettera di rinuncia alla candidatura nazionale. In calce quanto da me scritto ieri. Da subito, i miei sinceri complimenti e in bocca al lupo per la campagna elettorale. 

Caro Segretario,

ti ringrazio di cuore per avermi proposto di guidare la lista del Partito Democratico al Parlamento nella circoscrizione della pedemontana lombarda ma credo sia giusto rimanere totalmente concentrato sulla sfida regionale che ci può portare ad una storica vittoria al Pirellone. Siamo a un passaggio cruciale per la Lombardia e per l'Italia. Ciascuno di noi deve provare a dare il massimo per affermare il cambiamento ed evitare che Pdl e Lega ripropongano la loro propaganda dannosa e fallimentare: l'accordo di queste ore fra Maroni e Berlusconi è un tentativo disperato che i cittadini respingeranno con il voto. Anche per questo, la sfida regionale e quella nazionale si intrecciano inesorabilmente forse come mai accaduto prima. La mia priorità rimane la Lombardia ben sapendo proprio che vincere qui significa contribuire in modo determinante a cambiare il Paese. Ti assicuro che ci metterò, come sempre, tutta la passione e l'impegno di cui sono capace. Sono certo che dopo il voto del 24 e 25 febbraio potremo festeggiare insieme due grandi vittorie.

Ancora grazie per tutto e un caro saluto.

Maurizio Martina

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Conosco Maurizio Martina da tanti anni. Siamo in rapporti amichevoli, schietti, facilitati dall’identità generazionale (entrambi classe ‘78) e dall’aver condiviso nel tempo, almeno nelle nostre conversazioni a due, molti punti di vista sulla necessità di rinnovare la classe dirigente in particolare, e il partito democratico in particolare. Per questo, proprio in forza di un rapporto personale e risalente nel tempo, mi sembra giusto porre in maniera trasparente e pubblica le stesse perplessità che gli esporrei in privato, a riguardo della sua candidatura in posizione sicura per il parlamento, dopo i due anni e mezzo trascorsi in Regione a fare opposizione a Formigoni.

Martina – sembra ormai certo – sarà candidato in cima alla lista del Pd per la Circoscrizione Lombardia 2, senza essersi misurato con le primarie per i parlamentari. Insomma, “paracadutato” da Bersani al pari di personalità della società civile come Mucchetti e Grasso, o come figure di vertice nel partito a livello nazionale come il tesoriere (anche lui bergamasco) Antonio Misiani.

I punti di perplessità, su questa candidatura che bypassa tutti i processi interni, sono diversi.
Martina è il segretario regionale del Pd in Lombardia. È insomma il punto di riferimento per i militanti di un intero territorio. Un territorio ostile, da vent'anni pieni, al centrosinistra, un territorio che si è trovato prima sedotto e poi travolto dalla retorica e dall’antropologia berlusconiana e leghista e che – va detto con chiarezza – non ha mai trovato un’alternativa credibile in un centrosinistra, che ha considerato “perso” il nord senza troppo interrogarsi sulle proprie responsabilità in questa sconfitta permanente.

Oggi che lo scongelamento di quel pacchetto è iniziato, ecco che un politico 34enne, che fin dall’inizio dichiarava di puntare a un radicamento diverso in quel nord e in quella Lombardia, che da sempre dichiarava un’attenzione diversa ai ceti produttivi che di quel nord sono la spina dorsale, alla prima occasione se ne va a Roma. Mostrando – spiace dirlo – una certa subalternità alla politica della capitale, e archiviando in un sol colpo tante parole sulla centralità della Lombardia e del territorio.

Ma non è tutto. Va a Roma, se la notizia sarà confermata, senza aver passato il vaglio delle primarie del partito, senza cioè essersi misurato col consenso. Intendiamoci: non crediamo che il segretario regionale avrebbe fatto fatica a prendere i voti che servono. Ma certo, simbolicamente, passare per una deroga rispetto alle regole che (pur faticosamente) stanno cambiando i connotati al partito, rendendolo certo più giovane, non sembra una grande testimonianza di adesione a quel progetto di rinnovamento.

Ancora. Il pd come sappiamo candida Umberto Ambrosoli. In caso di vittoria (certo non facile, soprattutto dopo l’accordo tra Berlusconi e Maroni) il candidato della Società Civile (del tutto digiuno di quelle stanze complicate e piene di fregature, le stanze della Regione) si troverà a governare una macchina complessa, tortuosa, con un Consiglio regionale profondamente rinnovato. Chi lo aiuterà? Chi gli farà da sponda, da guida? Chi terrà i rapporti con un partito che non è il suo (nemmeno di provenienza)? Avremmo pensato al segretario regionale, che già è stato un paio di anni in quella Cayenna. 

Evidentemente ci sbagliavamo. A meno che Martina non sorprenda noi e tutti e gli altri, spieghi a Bersani le ragioni del suo no e si fermi nella sua regione. Che di una rifondazione ha bisogno quanto la politica nazionale: e non si capisce perché la rifondazione debba essere fatta senza l’apporto diretto del segretario regionale del Partito Democratica. 

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