Congiuntura
8 Gennaio Gen 2013 1017 08 gennaio 2013

Il debito americano, Krugman e le monete di platino

Una moneta da 1.000 miliardi di dollari. Anzi, una serie di monete. Ecco la soluzione per il debito statunitense. E così il debt ceiling, il tetto del debito federale, non diventa più un problema. E se lo dice anche il premio Nobel Paul Krugman, allora la questione diventa interessante.

Per capire cosa c’è di vero dietro alla apparentemente stramba idea rilanciata da Krugman bisogna tornare indietro di qualche giorno. Il deputato democratico Jerrold Nadler, utilizzando una interpretazione piuttosto estensiva delle normative vigenti, ha proposto che il Tesoro statunitense chieda al Bureau of Printing and Engraving, cioè la zecca a stelle e strisce, di coniare delle nuove monete di platino. Nonostante il carattere commemorativo, il Tesoro potrebbe di fatto allocarle presso la Federal Reserve, che potrebbe ripagare il debito senza dover innalzare il tetto del debito pubblico, il debt ceiling.

In teoria utilizzare la “Platinum option” è possibile. «E allora perché non usarla?», si chiede Krugman, suggerendo di mettere su una delle facce il volto di John Boehner, capo dei repubblicani alla Camera. Una provocazione, ma non troppo. Mentre Congresso e Casa Bianca discutono, il Tesoro ha potenzialmente in mano lo strumento che porrebbe fine ai problemi di debito americano. Certo, spiega anche Goldman Sachs, ci sarebbe poi un impatto sul prezzo del platino. Ma poco importa. Del resto, come dice Krugman, la scelta per Barack Obama sarebbe in teoria ovvia: meglio coniare quelle monete, piuttosto che andare avanti a discutere su un debito da 16.400 miliardi di dollari per via del tetto fissato dal Debt Act del 1939 (e non come erroneamente scritto nella prima stesura, dal quattordicesimo emendamento, che invece può permettere a Obama di innalzare il tetto unilateralmente).

A parte la trovata di Nadler, il debt ceiling sarà toccato verso metà febbraio. Come successo già nell’estate 2011, la battaglia sarà dura. E il rischio, in caso di mancato accordo, è quello di un ulteriore downgrade da parte delle agenzie di rating, dopo quello di Standard & Poor’s dell’agosto 2011. Coniare o non coniare? Probabilmente non succederà nulla, sebbene l’idea sia suggestiva. In ogni caso, è meglio tirare un sospiro di sollievo: l’Italia non potrebbe fare lo stesso.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook