Mambo
9 Gennaio Gen 2013 0754 09 gennaio 2013

Se vuole voti, Monti cambi strategia e parli il linguaggio dello statista

La sfida fra Monti e Bersani rischia di mettere la sordina al fatto più eclatante di questo inizio di campagna elettorale che è la risalita di Berlusconi. Non sappiamo quanto credito dare ai sondaggi, ma l’ex premier ha recuperato in poche settimane una parte dello svantaggio.

Ormai il Cavaliere imperversa sulle tv. Ieri sera poco dopo averlo visto dalla Gruber l’ho ritrovato in una tv romana con la stessa determinazione e passione riservata ai grandi circuiti mediatici. L’uomo crede in se stesso, crede di poter rimontare e si butta dentro a capofitto. C’è una parte del paese che l’ha seguito in tutti questi anni malgrado gli scandali, le promesse mancate, le brutte figure. È il campione della destra, l’uomo che viene considerato il vero argine contro la sinistra, il leader anti-tasse che fa sognare piccoli e grandi evasori.

Può darsi che la risalita nei sondaggi si fermi a questo attuale 20-22%, può darsi che cresca ancora. Resta evidente che chi lo ha dato per spacciato deve ripensare alla propria previsione. Ecco perché il modo in cui Monti e Bersani si combatteranno in questa campagna elettorale può fare la differenza. Il paradosso è che i due probabili futuri alleati devono convincere gli elettori di essere alternativi l’uno all’altro ma al tempo stesso di essere, insieme, la risposta alla crisi del sistema politico.

La parte più difficile spetta a Monti. Bersani in fondo deve amministrare, come sta facendo, la sua gara. È in testa, ha una buona immagine, alla faccia di chi pensava che non ne avesse alcuna, ha chiuso la partita delle liste, ha in tasca la collaborazione con Renzi. Poteva fare di più? Può ora solo dire qual è il suo programma dei cento giorni e fra un paio di settimane annunciare qualche ministro del suo governo.

La palla è tutta nel campo di Monti. Molti suoi sostenitori sembrano attirati dal nodo delle liste. Monti in lista può mettere anche le figurine Panini perché il suo successo non sarà mai legato ai nomi dei compagni di ventura, neppure di quelli di lungo corso, ma dalla propria credibilità. Non è credibile quando dichiara di voler abbassare le tasse. È un tema rischioso per uno che le ha dovute mettere. Non è credibile quando fa il “ggiovane” su twitter, in fondo lo si voteranno perché è anziano e esperto non perché scrive banalità da discoteca. La cifra di Monti sta nel recupero della sua dimensione di statista. Quel profilo, cioè, che lo aveva fatto ammirare anche da chi tartassava e che lo aveva fatto giganteggiare in Europa e che con la discesa-salita in campo ha in gran parte dilapidato.

Il Monti che aspira a un buon risultato deve parlare il linguaggio dei tempi difficili, deve essere l’oracolo della salvezza senza minimizzare i pericoli, deve essere l’uomo che valorizza i probabili alleati e non si mette a fare dispetti a Fassina.

Bersani deve scegliere fra due strade. Una lo spinge a fare di Monti, come vuole Vendola, l’uomo nero della destra italiana. L’altro a viverlo come un competitor che sarà domani un alleato. Bersani sembra aver giustamente scelto questa seconda strada. Per uscire dal berlusconismo c’è bisogno che Monti non fallisca, altrimenti torna la partita di sempre quella con Berlusconi che avrà un sapore antico e deprimente, come gli incontri di calcio di una volta fra scapoli e ammogliati che riempivano le domeniche di maschi delusi lasciandoli nella loro tristezza. 

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