La finanza ritrovata
11 Gennaio Gen 2013 1802 11 gennaio 2013

Goldman Sachs e il fondo che “aveva spaccato il dollaro”

Goldman Sach ha comunicato due giorni fa a Wall Street che inizierà a pubblicare il valore di alcuni dei suoi fondi monetari su base giornaliera e non più mensile, come d’abitudine negli USA.
La decisione è da leggere positivamente perché rappresenta una mossa importante dell’industria della gestione del risparmio statunitense verso una maggiore trasparenza e una diversa regolamentazione dei money market funds (MMF), a tutto vantaggio degli investitori.
Ma facciamo un passo indietro. L’importanza di regolare meglio i fondi monetari statunitensi è diventata assolutamente chiara nell’autunno del 2008. Come racconta Andrew Ross Sorkin nel suo libro Too big to fail, in quei giorni il Reserve Primary Fund, grosso MMF con un patrimonio di 62 mld di $, “broke the buck” e cioè fu costretto a svalutare a causa delle perdite subite su titoli Lehman detenuti in portafoglio, abbandonando il valore di 1$ per azione. Occorre ricordare che negli USA la legge consente ai fondi monetari di mantenere il valore delle proprie quote costante a 1$, affidando al gestore del fondo il compito di assorbire le eventuali perdite derivanti dalle oscillazioni di mercato. In quella circostanza eccezionale, tuttavia, il gestore non ebbe modo di assorbire la perdita e annunciò la svalutazione.
La notizia gettò i sottoscrittori nel panico e provocò una corsa al riscatto da tutti i MMF che ebbe l’effetto di paralizzare il mercato del credito a breve termine, aggiungendo un’ulteriore dose di destabilizzazione al sistema, già provato dalle altre conseguenze del crack Lehman. Il vero problema non fu, peraltro, l’entità della perdita subita dai detentori del fondo (alla fine pari solo a 1 penny a quota). Piuttosto, molti sottoscrittori non furono in condizione di accedere al denaro investito nel fondo, che rimase bloccato per diversi giorni a causa dei procedimenti legali che si erano innescati. L’indisponibilità di una parte dell’ingentissima massa di denaro investita nei MMF (il cui patrimonio al tempo era pari a circa 2500 mld di $) ebbe ripercussioni sul sistema dei pagamenti. La vulnerabilità del sistema era diventata evidente: prodotti scelti proprio perchè ritenuti in grado di garantire la sicurezza e la pronta liquidabilità dell’investimento non si erano dimostrati coerenti con quelle premesse.
Le istituzioni finanziarie del Paese, compresa la valenza sistemica dei MMF e i rischi che un loro malfunzionamento potrebbe generare sulla stabilità dell’intero sistema economico, ritennero che fosse necessario predisporre strumenti in grado di gestire più efficacemente situazioni di possibili crisi future, preservando meglio la stabilità del denaro investito nei MMF. Alcune misure furono adottate nel 2010. Ma ulteriori e più rigorosi provvedimenti, come il passaggio alla quota giornaliera non più fissa, ma che fluttua, riflettendo l’andamento dei titoli nel portafoglio o, in alternativa, la conservazione della quota costante a 1$, accompagnata però dalla richiesta che il fondo mantenga una parte di capitale tale da assorbire una significativa oscillazione di mercato, si scontrarono con l’opposizione dell’industria dei fondi. Queste nuove modifiche regolamentari vennero infine bloccate la scorsa estate con una clamorosa iniziativa da parte di tre commissari della SEC che si opposero alla proposta avanzata della Presidente Mary Schapiro.
Torniamo ai nostri giorni e all’annuncio di Goldman Sachs. La decisione di passare a pubblicare il prezzo giornaliero per i MMF non è risolutiva: se è vero che in questo modo si renderanno evidenti al sottoscrittore gli effetti che le oscillazioni di mercato possono avere sul valore del fondo, la società continuerà comunque a rimborsare le quote a 1$.
Peraltro, è improbabile che l’operazione di trasparenza avviata da Goldman Sachs non sia seguita da altri players. Inoltre, con il passaggio alla valorizzazione giornaliera, i sottoscrittori usciranno dalle false aspettative di sicurezza assoluta di questo veicolo di investimento che è comunque soggetto a rischi di credito, di tasso e di liquidità, sia pure in modo molto più limitato rispetto ad altri strumenti (si veda in questo senso la testimonianza del Presidente della SEC di fronte alla Commissione Bancaria del Senato Americano del 21/6/12). Abituandosi progressivamente alle (modeste) variazioni della quota dei fondi, i risparmiatori potrebbero, via via, accettare più facilmente la transizione verso un sistema di piena valorizzazione al mercato delle quote dei MMF. Si ammorbidirebbe di conseguenza l’opposizione al cambiamento da parte dell’industria e la completa riforma del sistema, ritenuta di fondamentale importanza dai regolatori americani, potrebbe finalmente prendere forma.

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