Il migliorabile
11 Gennaio Gen 2013 1306 11 gennaio 2013

Santoro e il Caimano uniti affondano il terzo polo politico e battezzano quello tv

Chi ha vinto? Chi ha perso? Si chiedeva al bar la gente comune come sui giornali i commentatori che di professione interpretano i fatti per poi proporli a quella gente comune che i giornali lascia che li leggano per loro i politici o gli autori di talk-show per le tv.

Ci si chiedeva ieri, forse esagerando con l’ottimismo nelle dosi, se il confronto-scontro tra i due apparenti storici acerrimi nemici, Michele Santoro (l’anchorman politico numero uno resuscitato a mille diktat e altrettanti ostacoli) e Silvio Berlusconi (il leader populista e autocratico, per cui l’autocritica non esiste, perché se il miracolo mediatico finisce, se s’interrompe l’emozione ipnotica con una parte importante del paese che “crede in me e in me solo, un uomo buono e giusto” contro il resto del mondo cattivo che gufa contro), ci si chiedeva appunto, se questo romanzo popolare ormai lungo quanto Beautiful, stanco e ripetuto in un canovaccio scenico ormai trito, potesse finalmente conoscere un capitolo finale, un armistizio pubblico di fronte ad una pubblico di sicuro numeroso.

E’ arrivato il regalo che chiedevamo o era solo una pia illusione pretenderlo da due figure così immensamente ricche anche sul piano dell’autostima personale? Il tentativo bisogna ammettere che c’è stato: una sceneggiatura che ha calcato per lunghi tratti il registro dell’ironia, evitando la contrapposizione scenica diretta, l’intenzione di evitare l’avvitamento sul passato cominciando con una domanda “ a bomba” sul presente dopo un servizio che raccontava la povertà incipiente nella ricca Brescia del Nord padan-liberal-liberista dell’epopea berlusconiana (“Ma lei per risollevare queste aziende, oggi, confermerebbe un amministratore delegato di 77 anni, lo stesso che negli ultimi anni 8 anni è stato al timone?”), il patto di non belligeranza sulle vicende processuali, ormai roba da manualistica specializzata al cui accenno in tv il pubblico fugge in terrazzo a fumarsi una siga, la legittimazione reciproca tra due grandi lottatori che si rafforzano e danno il meglio di sè se messi all’angolo, che sia storia o il potere che talvolta i percorsi della storia condiziona. E' per questo che la rottura del patto, la scenetta della lettera alla Peppino De Filippo con la lettura petulante del casellario giudiziario di Travaglio (idea geniale se durava poco, indigesta se buttata come affronto personale) ha segnato l'unico momento di difficoltà di Berlusconi, perchè il Berlusconi scritto da Capezzone o chi per lui, e solo interpretato da Berlusconi, non era più il Berlusconi vero diretto, mostruosamente padrone della scena, che ancora conosciamo.


Michele Santoro alla soglia dei 62 anni, pochi giorni dopo l’annuncio del suo ritiro dalla conduzione diretta in video l’anno venturo (se sarà vero, vedremo) per dare spazio ai bravissimi giovani colleghi che nel tempo ha formato molto più della Scuola di Giornalismo di Perugia e a cui ieri ha concesso un battesimo in prima fila da gran galà (Giulia Innocenzi, Luisella Castamagna su tutte fino ai giovani inviati sul campo che presto saranno i nuovi Iacona o Formigli) ha cucinato una pagina di grande televisione, Silvio Berlusconi, il leader che non ama le domande mma è ancora l’animale televisivo numero uno, avendo inventato i codici della televisione contemporanea, ne è uscito politicamente rafforzato nella missione principale, radicalizzare lo scontro con la sinistra per oscurare il centrino accademico e perbene della destra da “bon –ton” del professor Monti. Santoro sembra aver detto al pubblico, io il toro ve lo porto qui, lo scortico all’americana, cosa che nessuno in Italia ha fatto in 20 anni, ma io non sono un leader politico, ora se il toro va mandato in pensione, cari italiani, spetta a voi.

A allora chi ha vinto ieri sera? Sicuramente la7, che con un 34% di share epocale per una rete non visibile in un quarto del paese e abituata a raschiare il 3% medio degli ascolti, pronuncia un “de profundis” senza appello sul duopolio soporifero della Raiset, con i suoi programmi sempre uguali a sé stessi e suoi schierani lottizzati di partito che entrano ed escono dalle liste del partiti come si gira la porta scorrevole di un hotel; vince la politica vera, che è anche dialettica forte, scontro di umori e disamori forti, talvolta anche “sangue e merda” come ricordava un geniaccio della Prima Repubblica come Rino Formica, vince un paese che finalmente vuole mettersi in discussione, e rifiuta le sicurezze delle casacche preconfezionate (il calo di vendite dei giornali per curve di tifosi lo confermano).

E chi ha perso? Ha perso il menefreghismo qualunquista, la Rai come servizio pubblico che esiste solo per la bolletta per il canone; ha perso il centrino montiano e l’illusione che la politica si possa fare senza popolo ma collezionando figurine di professoroni o vip miliardari; ha perso il grillismo civico che, in un paese in cui noi anziani over quarantenni siamo i due terzi della popolazione, si illude di far politica via internet.

Quindi sì,l’Italia sarà pure un paese per vecchi,continuiamo a ripetercelo non senza ragione, ma se i vecchi sono combattenti come quelli sul ring de la7 ieri sera, non basta essere un po’ più giovani e ben laureati per poter avere i numeri per la politica. Perchè sì, è vero, Travaglio si è laureato a 32 anni, Santoro forse alle serali, Berlusconi sui Bignami di Dell’Utri, ma quel geniaccio alla Formica o ce l’hai o non ce l’hai, non te lo dà un Master alla Bocconi.

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