Hic sunt leones
16 Gennaio Gen 2013 1555 16 gennaio 2013

Come gli italiani si curano del mondo: patriottismo sincopato, Marò e metafore calcistiche.

L'Italia è certamente un Paese curioso. E' una terra dove spesso le contraddizioni diventano impercettibili e sfocate, risultando quasi normali, scontate, quasi sacrosante.

Anche in questa stentata campagna elettorale in vista del patibolare momento del voto nazionale la politica estera ha trovato scarsissimo interesse, meglio nessuno. Si dirà : “persino negli Stati Uniti, potenza prima inter pares per eccellenza, le umane cose estere sono state inevitabilmente scalzate da tematiche quali l'occupazione, la crisi, il debito e similia. Quindi perché in Italia si dovrebbe affrontare la questione della posizione dell'Italia sulla scena internazionale, di come gli Italiani si collocano nel mondo?.

Messa in questi termini la risposta parrebbe scontata: incastrata nell'Unione europea, afflitta da atavici sentimenti di inferiorità da superare, ma posta davanti alla dura realtà di contare sempre meno, complice anche una configurazione globale non favorevole, l'Italia fa certamente meglio a concentrarsi sulle questioni interne. Chissà, sistemate quelle, potrebbe migliorare la percezione dello Stivale nel mondo, quell'immagine che noi vorremmo l'Estero finalmente ci riconoscesse.

Ad avvalorare questa scala di priorità concorre il naturale scarso interesse dell'italiano medio verso il mondo esterno, suffragato da una buona dose di provincialismo che etichetta la cronaca estera come di nessun peso per la vita di ogni giorno, spesso anzi considerata complottista e denigratoria, ma che allo stesso tempo contribuisce, in determinati casi, a strutturare l'impianto di un mondo esotico, affascinante, che alimenta un'esterofilia squilibrata e a tratti ridicola.

Alla fonte dell'ignoranza sulle cose del mondo il cittadino italiano si abbevera da molto tempo. Egli, tuttavia, non disdegna alcune selezionate occasioni dove esternare, con buona dose di confusione che neanche il “Sabatini Colletti” riuscirebbe a dissipare, un nazionalismo sovente confuso per patriottismo e viceversa, da esplicare in momenti topici quali la parata del 2 Giugno, da sempre fonte di polemica, durante i Mondiali ( ma solo di calcio) o in determinate situazioni di costernazione nazionale, come per esempio nel caso dei caduti nelle varie missioni all'estero o nell'anomala fattispecie dei Marò in India. La costante è sempre la stessa: salvo pochissimi, nessuno sa, ma tutti parlano.

Non intendo certo dilungarmi sulla fattispecie, per la quale molte parole utili, ma spesso anche inutili, sono state spese. L'Italia poteva fare di più? Probabilmente si. Poteva fare la “voce grossa” ed essere meno collaborativa con le autorità indiane? Senz'altro. Poteva puntare i piedi e attuare retaliation magari sganciandosi da qualche missione internazionale? Certamente. Però questo non è il problema che qui si vuol trattare.

La situazione in esame è un'altra, è quella per la quale si è sentito e ancora si sente purtroppo dire “ andiamo a riprendere i nostri ragazzi”, “ andiamo in India e li portiamo via”, “ l'India è una finta democrazia”, “ maledetti indiani” e così via. Curiosa l'Italia, un Paese nel quale un carabiniere o un poliziotto da 1000 euro al mese sovente vengono insultati, spesso proprio negli stadi teatri del nostro attacamento al tricolore più becero ma così fitting, così su misura per noi, solo perché in divisa e simbolo dell'autorità. Questo è lo stesso Paese che si rivolge a due marò chiamandoli i “nostri ragazzi”, due professionisti iper-addestrati i quali, probabilmente, se fossero stati impiegati in diversi reparti, in altri contesti, in un luogo qualunque del nostro stivale, non godrebbero oggi della stessa stima che l'italiano medio ha così gentilmente concesso loro.

Purtroppo la vicenda internazionale dei Marò è perfetta per risollevare il patriottismo zoppicante di un Paese, il nostro, che vive sospeso tra il rancore per la scarsa considerazione globale, pur leggendo e informandosi pochissimo in Italia sulla situazione estera, il risentimento per un evidente e deprecabile scherno che troppo spesso viene rivolto alla Penisola e un'insoddisfazione generale da teoria del complotto.

Non c'è da stupirsi, dunque, se a una certa fascia di cittadini che chiedono a gran voce quasi un "intervento armato per liberare i ragazzi" ( conoscete i rapporti di forza internazionali? Pare di no) corrisponda una classe politica ancor più disinformata e miope, pronta a cavalcare determinati casi più a scopi elettorali ( vedesi i tentativi di attirare in trame elettorali i due marò) che per un reale e sentito sentimento patriottico.

Non è questa l'occasione, ma presto scriverò al riguardo, per impegnarsi nell'ampio e già dibattuto campo del perchè in Italia il patriottismo venga spesso condannato, riproposto nella salsa italica di una ridicola macchietta, esaltato in certe occasioni e presto riposto in un cassetto. Certo è che l'ignoranza internazionale e nazionalismo - si badi, non patriottismo- spesso si accompagnano.

Forse è giunto il momento che il nostro Paese, così pronto a gridare all'isolamento internazionale, al complotto germanico, alla grandeur eccessiva francese e altro, si renda definitivamente conto che occorre prendere una decisione definitiva sul peso e sull'interesse che si vuole effettivamente attribuire all'Italia nel mondo e , di rimando, alle dinamiche internazionali in Italia. Non possiamo più permetterci di sentirci italiani o di guardare al mondo solo dalla prospettiva di uno stadio di calcio. Non è il luogo per espiare le nostre frustrazioni. Il problema è che a molti italiani sembra bastare così. Urlare, contro la squadra avversaria o contro l'India. Poco importa.

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