Luciano Trincia
Il tornio
16 Gennaio Gen 2013 1105 16 gennaio 2013

Ma perché la Francia è in guerra in Mali?

La decisione di Hollande di agire in solitario deve fare i conti con le ambiguità legate al conflitto e le accuse di neocolonialismo lanciate dall'ex Presidente Valéry Giscard d'Estaing

(Soldati francesi in marcia verso Diabali - foto AFP/ERIC FEFERBERG)

Dopo sei giorni di raid aerei sulle principali città del Nord, gli scopi dell’intervento francese in Mali non sono ancora chiari. Parigi ha parlato di lotta al terrorismo, di ristabilimento dell’integrità territoriale del paese, di ritorno della democrazia, di ragioni umanitarie. Come nel caso della Libia nel marzo 2011, questa confusione apparente può essere ricondotta alle ragioni di una “comunicazione di guerra”, cioè del messaggio necessariamente semplificato e accessibile che accompagna ogni conflitto armato. Largamente sostenuto sia in Francia sia a livello internazionale, l’intervento francese in Mali è finora una guerra senza immagini, di cui l’opinione pubblica possiede scarse informazioni, sia sugli obiettivi militari colpiti durante le incursioni dei Mirage e dei Rafale, sia sulle perdite fra la popolazione civile. L’arrivo dei primi soldati di terra a Bamako, la pista d’atterraggio con il materiale militare, l’attesa e i preparativi logistici dell’esercito francese: le rare immagini diffuse dai telegiornali d’oltralpe mostrano tutto, eccetto i bombardamenti dei caccia francesi nel cuore del paese. Rapportato ai precedenti conflitti, in Iraq, in Afghanistan, in Libia, l’intervento francese in Mali offre una “comunicazione di guerra” estremamente scarna, per alcuni versi ambigua, che suscita numerosi interrogativi.


Innanzitutto, è necessario capire contro chi sta combattendo la Francia. Già, il nemico, elemento essenziale per costruire nell’opinione pubblica un immaginario di guerra. Come riportato nel precedente post, tre sono i gruppi armati jihadisti che operano nel Nord del Mali dopo il colpo di Stato che il 21 marzo 2012 ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré: le milizie di Ansar ed-Dine, dell’Aqmi (al-Qaida au Maghreb islamique) e del MUJAO (Mouvement pour l’unicité du djihad en Afrique occidentale). Queste sigle raggruppano, secondo gli esperti militari, circa 1.200 combattenti di origine diversa, sia maliani che stranieri, che dispongono di circa duecento veicoli fuoristrada 4x4, equipaggiati con armamenti di provenienza iraniana. Fra di loro si mescolano miliziani tuareg già assoldati da Gheddafi, gruppi armati legati al traffico di droga e al racket dei sequestri internazionali, giovani jihadisti algerini affiliati al “Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento” (GSPC). Il loro raggio d’azione è il cosiddetto “Sahelistan”, entità geopolitica evocata dal ministro degli esteri francese Laurent Fabius per indicare un territorio senza sovranità legale, fatto di dune e di sabbia, dai confini indefiniti modellati dal deserto. In questo territorio, approfittando del vuoto di potere creato dal putsch del marzo 2012, si sono installate le forze jihadiste che la Francia sta combattendo, mescolandosi alla popolazione delle città del Nord del Mali e alle tribù berbere dedite al commercio lecito e illecito lungo le antiche linee carovaniere.


Tramontata l’opzione “lead from behind”, inizialmente scelta da Hollande per dirigere nell’ombra un contingente essenzialmente africano con forniture unicamente logistiche e militari da parte di Parigi, il dispositivo francese si schiera ora con sei Mirage 2000D e quattro Rafale provenienti dalla base aerea francese di N'Djamena, due Mirage F1CR giunti a Bamako, dieci elicotteri “Gazelle” e “Tigre” e un contingente di terra che raggiunge i 2500 uomini. L’intera operazione è in mani francesi, ma conta su un forte sostegno internazionale, sancito anche dalla riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di ieri, e sull’annuncio di un contingente africano atteso nei prossimi giorni.


Sotto la crosta dell’unanimismo, la scelta in solitario di François Hollande sta però cominciando a suscitare sempre più riserve, sia in Francia sia altrove. Innanzitutto in merito alla legittimità dell’intervento, che nella sua ambiguità ricorda il precedente libico. Se n’è occupato Delphine Roucaute su “Le Monde” e Philippe Leymarie nel suo blog su “Le Monde Diplomatique”. Quest’ultimo pone il Presidente francese dinanzi all’evidente contraddizione fra le sue prime dichiarazioni e la guerra intrapresa in Mali.

Le giustificazioni politiche sono a geometria variabile, con un «grande scarto» della sinistra che dopo l’elezione di François Hollande assicurava di non voler più comportarsi come il “gendarme dell’Africa”, di dire addio alla «Françafrique», di lasciare che gli Africani si occupino della loro sicurezza, di non agire senza la copertura delle Nazioni Unite.


Già, la «Françafrique», ossia quel complesso sistema di interessi francesi in Africa occidentale, eredità del passato coloniale, che Parigi ha continuato a difendere in anni recenti. La Francia, unica potenza occidentale ad avere ancora basi militari in Africa (come ad esempio quella di N'Djamena da dove partono i raid di questi giorni), è da sempre in prima linea per assicurare stabilità all’intera regione e per garantire le buone relazioni commerciali con i paesi che ancora gravitano sotto l’antico mantello coloniale. Fra questi, il vicino Niger, che dispone di ingenti giacimenti di uranio. Naturalmente Parigi ribadisce che l’unico scopo dell’operazione è la lotta al terrorismo, ma diversi osservatori parlano ormai apertamente di atteggiamento neocoloniale e di interessi legati allo sfruttamento dell’uranio.


Inatteso più di ogni altro è l’attacco che è giunto da Dominique de Villepin, eminenza grigia di Chirac, Primo ministro dal maggio 2005 al maggio 2007 e capofila del dissenso contro la guerra in Iraq.

Mi spaventa l’unanimismo, la precipitazione apparente, il déjà-vu degli argomenti della “guerra contro il terrorismo”. Tutto ciò non ha niente a che fare con la Francia. Impariamo la lezione di un decennio di guerre perse, in Afghanistan, in Iran, in Libia. Queste guerre non sono mai riuscite a costruire uno Stato solido e democratico. Al contrario, favoriscono i separatismi, gli Stati falliti, la legge di bronzo delle milizie armate. Mai queste guerre hanno permesso di eliminare i terroristi che sciamano in una determinata regione. Al contrario, esse legittimano gli elementi più radicali.

Oggi Valéry Giscard d'Estaing, l’antico pupillo di De Gaulle, già presidente della Repubblica dal 1974 al 1981, scende pesantemente in campo in un’intervista a “Le Monde”, denunciando i rischi di un nuovo colonialismo in Mali. “La Francia si deve strettamente limitare a un sostegno logistico alle forze africane”, ammonisce l’anziano Presidente. “Io voglio mettere in guardia contro un’evoluzione dell’azione francese in Mali, che sarebbe di tipo neocolonialista”. Nei giorni scorsi, erano stati soprattutto i quotidiani algerini a denunciare come dietro l’improvviso mutamento di strategia di Hollande si nascondesse l’antica velleità coloniale della Francia, accompagnata dal rilancio del ruolo della Republique nel cuore del continente africano. Nel 1957 François Mitterrand scriveva che “senza l’Africa, non ci sarà una storia della Francia nel XXI secolo”. La guerra di Hollande in Mali sembra per il momento confermare l’affermazione del padre nobile dei socialisti francesi.

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