Fuoriserie
16 Gennaio Gen 2013 1211 16 gennaio 2013

Mr. Selfridge, l’uomo che ha portato la seduzione nei negozi, approda in TV

L’uomo che sapeva cosa volevano le donne, ha titolato il DailyMail. Donnaiolo, visionario, inventore di una nuova mentalità. La televisione british stavolta affonda le sue radici in una figura a metà strada tra realtà e leggenda. E Mr. Selfridge si prepara a raccogliere il testimone dei period drama appena conclusi, da Downton Abbey (con cui condivide il network, ITV) a The Paradise (di cui si presenta, immediatamente, come acerrimo rivale).

Londra, all’inizio del Novecento: in scena c’è la storia di Harry Gordon Selfridge, americano nato in Inghilterra dove ha dato vita alla famosa catena di grandi magazzini Selfridges. Chi ha visto The Paradise, starà storcendo il naso. La trama è più o meno la stessa, anche se nella serie targata BBC One l’ispirazione era fittizia: il libro di Emile Zola, al Paradiso delle Signore, riletto in chiave british e dislocato nel Nord dell’Inghilterra. Mr. Selfridge invece è esistito. Per davvero. Forse non tutti lo sanno, ma la massima “the customer is always right” è sua, così come è sua l’idea della lista nozze, applicata in tutto il mondo.

Selfridge fu davvero l’uomo che portò il sex appeal negli store, che trasformò e plasmò lo stesso concetto di store, fino ad allora ritenuto “volgare”. Ce lo spiega una nobildonna del tempo, nella prima puntata: “Gente come noi non è abituata ad andare a fare spese. La consideriamo una cosa poco elegante. Un gentiluomo andrà dal sarto, una signora farà venire la sarta, e così via”. Eppure in pochi anni la tradizione fu cambiata, le usanze trasformate e lo store il nuovo mantra del secolo.

Merito delle vetrine invitanti, realizzate come se fossero quadri, pronte a raccontare una storia: fu il primo a illuminarle e a lasciarle accese persino di notte. Merito della merce di qualità esposta che è riuscita, con il tempo, a inculcare nella mente delle clienti l’importanza di prendersi cura del proprio aspetto, di viziarsi con abiti belli e di classe. Selfridge, nei suoi magazzini, ha creato un’esperienza: ha inventato il deposito porta-cappotti per consentire alle clienti di muoversi con agio e tranquillità per il negozio. Ha convinto il mondo che lo shopping non significava solo comprare, bensì apprezzare e godere di tutta quella attesa che precede il momento della scelta.

Che Harry fosse un visionario, non c’è dubbio. Che però le sue visioni non sarebbero durate a lungo, in pochi se lo aspettavano. Guardando la prima puntata non ho potuto fare a meno di pensare a come negli anni i negozi si siano completamente trasformati, tanto da non lasciare traccia del passaggio di Selfridge. Non sto parlando dell’avvento di internet e del web-shopping che ha segnato un’altra tappa nel concetto di store, divenuto virtuale. Ma sto parlando dei grandi magazzini e dei centri commerciali che oggi sono a tutti gli effetti non luoghi della nostra esistenza. Se l’inizio del Novecento aveva trasformato, complice la dritta di Selfridge, gli store in luoghi empirici, dove vivere esperienze che andavano al di là della semplice azione di comprare, oggi non è così. Sono spazi che precludono ogni possibilità di relazione, come gli aeroporti, gli autogrill: luoghi di passaggio che attraversiamo in migliaia senza mai incontrarci, vera espressione del vuoto cittadino. Sono quei luoghi che Marc Augé, etnologo e antropologo sociale, ex direttore della ècole des hautes etudes en sciences sociales di Parigi, ha definito "solitari e non identitari", vera impronta della nostra post modernità. E guardando Mr. Selfridge non si può non sentire un po’ di rimpianto e un po’ di malinconia per un’era che ha saputo portare magia, sogno e illusione nei posti più impensabili.

Ah, se tutto questo non vi basta per dare un’occhiata alla serie, sappiate che il protagonista è niente meno che Jeremy Piven, che finalmente torna in TV dopo Entourage: sì proprio quell’Ari Gold che, come attore non protagonista, ha vinto (e meritato) 2 Golden Globe Awards e tre Emmy.

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