Giulia Valsecchi
Cineteatrora
17 Gennaio Gen 2013 1753 17 gennaio 2013

Incurabile è solo la morte degli altri

La pagina di un malato è una sfida avversa a qualsiasi via di fuga, si compone di rabbie e ripiegamenti, anima insonnie e rovesci di pensieri senza ordine né legge. Un fendente che non corre in superficie, ma alimenta diaspore d’amici e parenti. Ecco perché l’unione con la poesia è l’ulteriore complicanza di un diritto allo sfogo e alla liberazione dall’assenza di luce. Di fatto, proprio la poesia che si fa perlustratrice di ignoti può esserne la lingua eletta, il calderone in cui ribollono confessioni e silenzi costretti all’immobilità fisica.

Con Corsia degli incurabili, Patrizia Valduga mostra in un atto unico poetico, devoto solo al passato del ricordo più dolce, le venature aspre e l’esproprio di una vita incatenata alla fine che mai arriva. Ne afferra l’ombra e il grido Federica Fracassi, giovane attrice dalla cura lenta e insieme irruente, dalla molteplice spinta e mutismo di dolori che scoppiano su una sedia a rotelle al centro di una scena di neon e nastri che si riavvolgono. Il microfono filtra l’artificio della dichiarazione al mondo, lo espande e rende megafono di una condizione che non conosce differenza tra vita e morte. La vita, piuttosto, è l’errore di un censimento di morti, viene estratta da lettere al direttore del quotidiano di grido come dalle viole e bucaneve che popolano la natura più intatta.

Lei, sola e rigida di malattia senza cura, attraversa l’azzurrità del sogno con l’afflato di Pascoli e grida alle corruzioni del presente disperso in puttane del potere e sfruttamenti con una lingua rimata facile a imprimersi, quanto a scordarsi che proprio il mondo trafitto dalla propria mediocrità ha memoria breve nelle vene. Nessuno più va a trovare la donna che suscita impressioni di pena e disagio, laggiù tra le lenzuola o sulle rotelle arrugginite. Sono gli altri a morire in lei, in verità, a fuggirsi il meglio della sua invettiva e di quella Venezia dove ancora salva studiava.

L’accusa di non sapere il francese e non saper tradurre fa i conti con il bene negato di una passeggiata, con il sole che non riesce a farsi largo e la bocca della cronaca sporca di gazzette, testate e titoli in cui solo i più furbi e fasulli stringono patti con il progresso. La carne non è debole perché una tentazione l’ha vinta, ma perché non l’ha fatto, non ha avuto nemmeno il coraggio di guardare negli occhi chi ha perso tutti i sogni, uno dopo l’altro.

Questo rimarcano i rumori e i passi della corsia, il languore caldo delle arie liriche e il loop raggelante dello stesso accordo folle puntato alla gola della malata, cui l’acuta e cruda regia di Valter Malosti affida un testamento senza inventario e lascito. I registri si alternano, la voce di Federica Fracassi è mito di Euridice che insulta la stupidità di Orfeo e insieme lunga rievocazione d’estasi amorosa. La sola riabilitazione possibile all’isolamento della stanza, e all’ascolto del mondo mobile e ingiusto con chi non palpita più per i grovigli di stelle, sarebbe l’ascolto. Materia più volte persa da un teatro compiacente e autentico canto, invece, di quella poesia che si fa corrente del dramma.

Teatro Elfo Puccini - Milano

Sala Fassbinder | 16 - 20 gennaio 2013

Corsia degli incurabili

di Patrizia Valduga

uno spettacolo di Valter Malosti

con Federica Fracassi

costumi Federica Genovesi

scelte musicali, luci, spazio scenico Valter Malosti

una produzione Teatro di Dioniso / Residenza Multidisciplinare di Asti

in collaborazione con Teatro i / Festival delle Colline Torinesi

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