Andrea Tavecchio
Fisco e sviluppo
18 Gennaio Gen 2013 1554 18 gennaio 2013

Monti fa bene a parlare di politcs e non di policy? Una lettura interessante


FOGLIO QUOTIDIANO

Per Monti il richiamo delle élite supera quello della foresta. Parla Fabbrini
In Italia, dopo una sbornia ventennale di “politics”, cioè di politica intesa come “scontro ideologico e posizionamento tattico”, non si può più fare a meno di “élite competenti” che ristabiliscano la priorità delle “policies”, cioè delle politiche pubbliche necessarie per rilanciare il paese e la sua economia. Sergio Fabbrini, direttore della Luiss school of government, vincitore della Jean Monnet Chair dell’Unione europea e già direttore della Rivista italiana di scienza politica, ricorre spesso al vocabolario anglosassone della politologia per descrivere l’idea di democrazia di cui è portatore il premier Mario Monti. Ma il concetto è cristallino: per “europeizzare” l’Italia, Monti lo sa, occorre passare anche attraverso una “deideologizzazione” del dibattito politico.
Il ragionamento dello studioso è tripartito. Innanzitutto c’è il fatto che l’Italia negli ultimi anni sta “europeizzando le sue finanze pubbliche”, ma è indietro sull’“europeizzazione del sistema politico”. “La crisi ha dimostrato che una politica monetaria federale e politiche fiscali nazionali costituiscono un equilibrio fallimentare. Allo stesso tempo non è mai stato così elevato il livello di interdipendenza reciproca tra i paesi dell’unione monetaria”. Il contagio finanziario partito dalla Grecia ne è la prova. “La fine del ‘free riding’ da parte degli stati più deboli, che per esempio non possono più svalutare per essere competitivi, è un fenomeno che investe l’Italia”. A questo punto sono diventate più evidenti le inefficienze del nostro sistema politico che, “nella Seconda Repubblica, si è strutturato tutto attorno alla ‘politics’, cioè alle idiosincrasie personali, alla retorica, allo schema ‘berlusconiani contro antiberlusconiani’”, dice Fabbrini.

A differenza di quanto avvenuto in altri paesi – “in primis in Germania, con le sue riforme strutturali” –, in Italia “l’élite politica si è specializzata in dibattiti ideologici, trasformandosi in una ‘classe sociale’ poco meritocratica e quasi inamovibile”. Fabbrini, editorialista del Sole 24 Ore, per approfondire il punto sottolinea le “critiche condivisibili” di Monti sulla “concertazione” tra sindacalisti, industriali e governo: “Nel vuoto delle politiche che dovevano tutelare l’interesse generale, la cultura italiana si è mostrata incline, nella sua storia, a forme di autogoverno settoriale. Il corporativismo di tradizione fascista, poi la democrazia consociativa nella Prima Repubblica, quindi la predilezione per la cooptazione e non per la competizione. In questo contesto, la concertazione, utile nei primi anni 90, è poi diventata una forma surrettizia di governo corporativo”. Dall’università al mercato del lavoro, gli interessi particolari hanno così bloccato le riforme necessarie per “aprire la nostra economia al mercato, sostenere la crescita e combattere la disuguaglianza”. Per uscire da questa situazione – è il terzo punto del ragionamento di Fabbrini – non c’è alternativa all’“europeizzazione” del sistema politico italiano. Ecco l’offerta politica che non c’era e che Monti fa balenare: “Monti è consapevole della necessaria ‘europeizzazione’ – dice Fabbrini – anche se adesso, con il suo posizionamento politico al centro, rischia di creare una situazione che nel resto d’Europa non esiste e che esaspera le ali estreme di sinistra e destra”. Torniamo alla sostanza dell’offerta politica a trazione elitaria: “Le élite in questa fase hanno un ruolo fondamentale per riportare razionalità politica nel dibattito pubblico. Inoltre il premier riconosce correttamente e insiste sul fatto che i due poli dovrebbero emarginare al loro interno le posizioni più ‘ideologiche’, favorendo invece i portatori di policies”. Fabbrini usa anche l’espressione “depoliticizzazione”, simile al concetto di “democrazia depoliticizzata” cui Monti fa riferimento nel suo libro scritto assieme all’europarlamentare francese Sylvie Goulard. Alla politica dei “richiami della foresta”, infatti, Fabbrini dice di preferire un sistema in cui, “fatta salva la necessaria competizione tra destra e sinistra”, sia possibile “coordinare le preferenze dei cittadini senza però che siano loro a dover governare dossier sempre più complessi”. “Politique d’abord”, insomma, ma in un “perimetro” di efficienza e competenza ben definito.

© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Marco Valerio Lo Prete – @marcovaleriolp

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