Raja Elfani
Gloβ
20 Gennaio Gen 2013 1603 20 gennaio 2013

Bilancio In Amenas, un intrigo internazionale

È finita ieri l’operazione algerina per la liberazione degli ostaggi del sito BP, una cattedrale multinazionale nel deserto. Inizia questa domenica dalla mattina lo squallido conteggio delle vittime cadute nell’enorme complesso di estrazione, un numero già importante e destinato a salire. Resta il problema dell’identificazione dei corpi per lo più carbonizzati in una strage che verrà ricordata per il bilancio inestricabile delle appartenenze internazionali.

Come si fa a tirare le somme di uno scontro tra due organizzazioni della globalizzazione? Una industriale tipica delle fusioni imprenditoriali e l’altra criminale altrettanto internazionale (fra i terroristi multietnici anche un canadese e un bretone).

In questo blitz, la Francia si è ritrovata al primo piano a livello esecutivo: una questione di precedenza colonialista ancora effettiva sul territorio nordafricano. Ma i paesi coinvolti tra cui Gran Bretagna e Giappone non si sono allineati dietro la Francia. Non c’è stato il tempo per una coordinazione e forse nemmeno le strutture adatte per un colpo così politicamente esteso. La Francia ha preso le difese dell’assalto algerino attraverso le dichiarazioni oggi di Juppé che riattiva l’incubo occidentale di Al-Qaida, l’organizzazione dura a morire perché spacca utilmente il mondo in due.

Così Bel-Mokhtar anch’esso corregge il lessico: la rivendicazione non è più in nome della locale Aqmi, ma della più universalmente facinorosa Al-Qaida, un edificio vacante destinato al miglior offerente.

Ma come distinguere tra i buoni e i cattivi se di nuovo il conflitto s’installa su basi discriminatorie obsolete e inapplicabili? Gli impiegati della BP algerina richiamano una sfilza estraniante di paesi tra Asia e Europa che non convergono in una politica comune, fosse solo di emergenza. L’attacco d’In Amenas è un vero monito per le strutture industriali di questo tipo che di fatto rappresentano a priori implicazioni multi-governative. La guerra in Mali ha inquietanti premesse per via della totale indifferenza preventiva, dell’impreparazione logistica di fronte a conseguenze internazionali. Ovunque si faccia una guerra, la risposta aggroviglia il mondo in un unico nodo di tensioni.

La risposta islamista è diventata automatica nel conflitto contemporaneo, lasciando che raggiunga una posizione di rilievo e una legittimità perfino nelle guerre dove in causa ci sono interessi che non contemplano la religione.

Le ambasciate francesi in Maghreb avevano preso provvedimenti ancor prima della crisi in Mali, mobilitando i loro espatriati attraverso nomine riservate, ovvero arruolando direttamente alcuni cittadini-chiave come agenti, di fronte al crescendo delle rivolte tra settembre e dicembre in Tunisia e in Egitto. Ma queste deleghe sono chiaramente insufficienti vista l’entità del conflitto. Se l’obiettivo è di sradicare la jihad in quella regione bisogna incentivare il processo democratico con più rigore e dissolvere l’intolleranza all'ingerenza.

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