In medias res
21 Gennaio Gen 2013 1637 21 gennaio 2013

Corona non c'è, la notizia (e il mito) si

Fabrizio Corona è latitante; scomparso in concomitanza con l'ultima sentenza che avrebbe presumibilmente decretato il carcere (e infatti così è stato), il fotografo catanese riesce a far parlare di sé ancor più di prima.
Non si tratta però di cronache di cacce all'uomo, di inseguimenti o di indizi seminati durante fughe rocambolesche (la realtà si conferma puntualmente più noiosa di Hollywood), bensì di notizie sui gradimenti che Corona ottiene su Facebook.

Il pezzo di riferimento è quello di Corriere.it, intitolato “Corona latitante piace su Facebook”, che inanella una serie di esternazioni dei fan del fotografo fuggiasco; dalle simpatie assolute e incondizionate ai paragoni assolventi (soprattutto con i soliti politici ladroni o con gli altrettanto soliti assassini e stupratori che non vanno mai in prigione) passando per l'immancabile inventario dei commenti e dei pollici alzati (i “like” di Facebook). Il tutto corredato dai testi dei commentatori direttamente citati, nel caso volessimo conoscere le parole esatte di cotante dichiarazioni.

La tendenza a rimbalzarsi pseudo-notizie tra media è un classico di sempre in momenti in cui esiste un grosso evento in corso di svolgimento ma non c'è nulla da raccontare. Ci si cita a vicenda, si ricorre alle parole della gente comune e, in generale, ci si affida a fenomeni collaterali (quale appunto il gradimento sui social network). La sfera pubblica contemporanea costruita sulla rete è un indubbio aiuto per momenti di questo tipo: ci si possono attingere voci non verificate (prendendo ovviamente le distanze, ma intanto il pezzo è scritto...), si può raccontare come tira il vento, in generale si può abborracciare una pseudo-notizia che non dice nulla ma che intanto si porta dietro il nome del protagonista, garanzia di interesse.

Da una parte, infatti, questa pseudo-notizia può essere assimilata a quanto dicevamo riguardo a Dell'Utri venerdì. Corona è un altro personaggio mitico, probabilmente ancor più di Dell'Utri; è il furfante belloccio e maledetto a cui va stretta l'intera società e che, quindi, catalizza gli interessi di tutti. I placidi conformi lo odiano perchè sfida l'ordine, i ribelli frustrati (quindi anche loro conformi) tifano per il proprio paladino, i ribelli veri (quantitativamente ininfluenti) probabilmente se ne fregano perchè impegnati proprio in faccende simil-Corona.

Tutti pazzi per Corona, quindi. Esattamente. Il suo fascino è arcaico e completamente slegato dalla persona chiamata “Fabrizio Corona”; si tratta ormai di una figura che trascende da ciò che è, e da ciò che dice (che sospetto essere pochino, sia per l'uno che per l'altro caso). Ognuno di noi ne evoca un pezzetto quando si parla di lui, quella che gli fa più comodo, quella che meglio serve al nostro affermarci quotidiano.
Ma non solo, il mito serve a evocare per ispirare o a demonizzare per esorcizzare...

Prova ne è che di Corona discute chiunque, anche chi magari non l'ha mai sentito parlare o ne ha solo vagamente letto qualcosa. Questo perchè la natura sintetica del mito ha radici arcaiche indipendenti dal referente che impersona di volta in volta.
Altra prova: il mito, in questo caso Corona, suscita emozione ed esternazione, come abbiamo visto sul pezzo di Corriere.it. Ma se andiamo a vedere, nella pratica, la natura delle esternazioni, salta subito all'occhio che nessuno di questi è minimamente legato alla persona “Fabrizio Corona”, ma a ciò che essa rappresenta. Si parla di ingiustizia eterna, di delinquenti fuori dalle prigioni, di politici magnoni; c'è persino gente che prega per lui e tutto il suo entourage lavorativo che gli dedica tifo incondizionato all'insegna di un “Forza Fabbri”. Nulla di più impersonale sarebbe possibile.

Purtroppo ragionare per miti è deletéreo, soprattutto quando si parla di modelli di comportamento, e a maggior ragione quando lo si fa in un'epoca in cui si sono perse bussole morali che (nel bene o nel male) garantivano qualche certezza. Ragionare per miti vuol dire spesso semplificare e de-razionalizzare, portando il discorso su una china demagogica fitta di stereotipi. Le figure mitiche invitano a schierarsi, a sentire drammaticamente, ad affermarsi; il tutto all'insegna di un passato che si ripropone puntualmente con i suoi schemi cognitivi.

Pensare per miti, e invitare a farlo, equivale a seminare sale. Non serve a nulla, se non a impedire (e a impedirsi) di seminare altro in futuro.

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