Giulia Valsecchi
Cineteatrora
21 Gennaio Gen 2013 0827 21 gennaio 2013

Facile dire, la merda

La guaina di cui si riveste la cronaca, persa tra consensi elettorali, terrorismi islamici e veline dell’ultima ora che danno delle sfaticate alle altre, continua a sfornare abiti corrotti. Ma non nel senso di moralità ipocritamente discutibili, piuttosto in quello di una voragine senza recupero dove finiscono vocazioni e sacrifici. Una civiltà estromessa da se stessa, divenuta liquame denso in cui rotolano parentelismi e lessici che fino a qualche tempo incarnavano una parvenza di buon gusto.

Nel momento in cui una drammaturgia snuda il primo strato di pelle - e lo fa con il genere più vulnerabile per tradizione non certo per natura, vale a dire la donna - la rincorsa rabbiosa di quel che non funziona e non soddisfa in termini di arrivismo e notorietà rende marcia qualsiasi aspirazione. Tutto finisce per fagocitare la famiglia, il passato, le relazioni fino a non risparmiare spettatori. Il fiume dei discorsi comporta allora per chi ascolta un’immersione nei guasti complementare alla nudità di chi si espone al giudizio.

Con la scrittura de La merda / The shit Cristian Ceresoli, drammaturgo bergamasco, ha sfondato le pareti del Fringe Festival di Edimburgo correndo su binari che incrociano la schiavitù del successo con la resistenza intesa come materia storica italiana, movimento nazionale e più larga metafora del battersi per un risultato fino allo stremo della dignità. Chi sta sopra uno sgabello da circo e scimmia espressionista è la bravissima Silvia Gallerano, prima attrice italiana a essere premiata nella Scozia dei teatri controversi. Le sue labbra sono rosso vivo e la sua smorfia una smania di vita corrosa che la sovraespone, totalmente nuda e senza indugi, al pubblico apparecchiato in sala. La voce fa il seguito, quasi in farsetto e accento di periferia a sostare per poco sui toni e registri di un padre protagonista e “piccolo uomo” mai prono al potere.

Ma invadono presto anche i vezzi di quella marmaglia che sbraca dalle banchine della metropolitana ai set dei provini televisivi, i ritratti sono biechi e cercano soddisfazione nella carne. Lei, la sconosciuta dalle cosce grosse punta il dito contro una società che proprio quell’unico padre le ha portato via in un atto esiziale che diventa coraggio e palpitazione agli occhi della tredicenne infatuata del genitore sapiente. Il suicidio e la voglia di salire sempre più in alto, fino a essere riconosciuta e ossessionata dalle domande del pubblico, sono lame che si affilano nel canticchiare qua e là frammenti dell’inno di Mameli. Un patriottismo che fa il paio con carriere falsamente riuscite e mondane, sguardi al cielo di gente gobba per sottomissione.

Non essere curvi significa, al contrario, resistere come fecero i partigiani: Silvia Gallerano rende conto però di quella marcescenza fisica e di intenti di fatto aliena all’eroismo, sanguigna di conversazioni con presunti impresari cui varrebbe la pena gettare in faccia rabbia, incanaglimento che si insinua con un sapore languido, perché concesso dalla svendita sessuale. La nudità attorale è l’isolamento offerto a chi sfrutterà il proprio dramma personale, è autoconvincersi d’essere in balia del più buono e giusto dei martirii e infine ingoiare quella merda con cui si storpiano un inno e una bandiera compromessi dal mercato degli applausi.

Facile allora dire, la merda è merda e non si può fare nulla per lavarla. Quando invece in quel titolo scomodo e detto a mezza voce o urlato, vomitato dentro il microfono, si assiepano i più infidi miscugli di chi comanda senza dare l’impressione di farlo, come di chi anela a salire sul treno giusto, costi quel che costi. Ceresoli marchia col fuoco il buco nero di un presente cui si tributa soltanto la tratta dei ventri e delle attitudini, mentre Gallerano - avvolta da ultimo in una bandiera italiana per ricevere applausi che metabolizzano i fendenti - dà voce piena al bisogno di apparire. Una spinta tanto incontrollabile quanto le pulsioni corporee e l’impotenza di una libertà costruita su misura della guerra quotidiana al più impavido, che non può far altro che oltrepassare la linea gialla della metropolitana. Ci vuole coraggio, sì.

16 – 21 gennaio 2013

Teatro i - Milano

LA MERDA DECALOGO DEL DISGUSTO #1

di Cristian Ceresoli

con Silvia Gallerano

una produzione Cristian Ceresoli e Marta Ceresoli con POP 451

Spettacolo vincitore del Fringe First Award 2012
Silvia Gallerano vincitrice dello Stage Award For Acting Excellence 2012 al Fringe Festival di Edimburgo

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