Città invisibili
22 Gennaio Gen 2013 1922 22 gennaio 2013

A Montreal la chiesa si fa museo

Una vasta collezione di opere d’arte provenienti da tutto il mondo. Sculture in legno e dipinti canadesi. Arte europea rappresentata anche da opere di Dalí, Rembrandt, Picasso e Rodin. Ma anche una collezione di opere d'arte dal Nord America, oltre che una collezione di arti decorative provenienti da tutto il mondo.

Il patrimonio artistico del Museum of Fine Arts di Montreal. Uno spazio in espansione. Un museo di arte contemporanea che ingloba una chiesa. Progettata dall’architetto Claude Provencher dello studio Provencher Roy + Associes, la nuova estensione aggiunge un terzo corpo alla struttura originale tardo ottocentesca, disegnata da Alexander Hutchinson e successivamente ampliata.

I corpi di fabbrica esistenti due. Il Michal & Renata Hornestein Pavillon realizzato nel 1912 dagli architetti Edward e William S. Maxwell. Un padiglione in stile Beaux-Arts con una facciata in marmo bianco, un alto portico e una scala monumentale.

Il Jean-Noel Desmarais Pavilion, progettato nel 1991 da Moshe Safdie, il creatore del celebre National Gallery of Canada di Ottawa e del Musée de la Civilisation in Quebec. Un corpo dotato di un grande tetto di vetro inclinato, che aggiunge molta luce solare al foyer pubblico. Al Michal & Renata Hornstein Pavilion e al Jean-Noel Desmarais Pavilion di Moshe Safdie, lo studio canadese aggiunge un ulteriore edificio. Uno spazio tutt’altro che “facile”.Una chiesa sconsacrata della fine del XIX secolo, sorta nello stesso decennio di fondazione del museo. La chiesa presbiteriana di Erskine in pietra calcarea con inserti di arenaria e ampie vetrate Tiffany.

Il progetto di Provencher Roy + Associes si presenta come una sorta di summa di frammenti differenti. Come un assemblaggio dei pezzi del puzzle urbano maturato in oltre un secolo. Un’operazione premiata da importanti riconoscimenti Nel 2010 dal Canadian Architecture Award e nel 2011 dall’Award of Excellence.

Il nuovo spazio, multimediale, dotato di sale da concerto, attraverso la riproposizione del ritmo esistente tra superfici opache e vetrate panoramiche, si offre come un esempio positivo. Di quel dialogo tra edificio e centro urbano che troppo spesso vedere il prevalere dell’uno sull’altro. Il realizzarsi di uno squilibrio che da architettonico quasi naturalmente si trasforma in urbanistico. Una lettura, quella di Claude Provencher che sintetizza storie differenti. Esaltando nel presente le differenze del passato.

Un esempio al quale con le necessarie cautele si dovrebbe guardare anche in Europa. Forse anche in Italia.

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