The Jerk
Bollito duro
22 Gennaio Gen 2013 1415 22 gennaio 2013

Contro la pena di morte: quando un’immagine vale più di mille trattati

La pietà è una risorsa in via di esaurimento. Anzi, a volte pare che quando si sente la necessità di provarla, la pietà, ci si senta fuori posto. Dobbiamo dimostrare di essere cinici, spietati, distaccati, determinati a porre le questioni capaci di smuovere gli abissi ancestrali delle nostre emozioni più profonde in contenitori sterili, magari girando la testa da un'altra parte.

Questa mattina, leggendo il Corriere della Sera, sono incappato in un articolo a firma dello scrittore Mauro Covacich, a supporto e commento di un'immagine che mi ha colpito come una lama: un giovane - parrebbe di età compresa tra i 16 e i 20 anni, condannato a morte assieme a un suo coetaneo per aver compiuto una rapina armati di machete ai danni di un uomo (solo una rapina, senza omicidio, per inciso) - che, disperato nell'attimo che precede la fine della sua fragile esistenza, crolla a piangere sulla spalla del suo boia.

Immagine tratta dal sito PhotoBlog

Penso che questa foto valga a sottolineare l'inumana insensatezza della pena di morte più di mille trattati. E a far capire come, nonostante la fogna in cui siamo immersi, possiamo dirci fortunati di stare dentro un'Europa che - quanto a civiltà, non ha nulla da invidiare ad alcuno. Faremmo bene a ricordarcelo sempre, prima di vomitare insulti contro questo nostro comune continente.

E per questi giovani così brutalmente assassinati non si può far altro che provare una profonda, silente e umana pietà.

Burp

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