Bitchiness gets you everywhere
22 Gennaio Gen 2013 1607 22 gennaio 2013

Di anoressia si può morire. Dall’anoressia si può guarire.

E’ difficile capire quale sia esattamente la leva che spinge una donna a rifiutare sé stessa, il proprio corpo, e quale sia l’esatto motivo che la induce a odiarsi così tanto fino a desiderare di assomigliare uno spettro, per poi scomparire. Ed è difficile, semplicemente perché si tratta per lo più di indagare su motivi personali, personalissimi. Un territorio particolarmente ostile.
Se da un lato è difficile inquadrare in una casistica ben definita l’insieme delle pulsioni soggettive che muovono all’origine questa coazione all’annullamento, d’altra parte è possibile individuare più facilmente i comportamenti in cui i disturbi come anoressia e bulimia si esteriorizzano e gli ingranaggi che governano questi meccanismi.

Nel desiderio di diventare sempre più magre si estrinseca la ricerca ossessiva di una perfezione distorta che sconfina nella buia oscurità. Il traguardo è un ideale irraggiungibile che costringe a una pressione psicologica costante e difficile da tollerare. Si arriva così ad essere travolte rapidamente da un senso di colpa continuo, insistente, martellante, che si sposa con la delusione estrema per la propria inadeguatezza: impotenza a mantenere il controllo su di sé, incapacità a gestire le norme ferree di autodisciplina, e così via, in un adagio mortale.

Il meccanismo motore alla base di questo tipo di disturbi, in estrema semplificazione, è quello della maniacale ricerca del controllo. Tenere sotto scacco il proprio corpo compensa e bilancia ciò che da noi non dipende, e che non possiamo controllare: il rifiuto di un uomo, le regole imposte genitori oppressivi, le molestie del proprio datore di lavoro, la malattia o la morte di una persona cara, e un’interminabile serie di eventi completamente estranei alla nostra volontà che non smettono di farci sentire inutili e impotenti a questo mondo.
Davanti a questa sconfitta senza possibilità di rivincita, quando nell’annientamento totale si è fin troppo deboli anche per chiedere aiuto, non resta che un unico rifugio illusorio: «Ana, la dea-madre, la dea-matrigna, che ti coccola e ti vezzeggia quando sei brava e segui i suoi insegnamenti e che invece ti punisce e ti mortifica quando diventi debole e smetti di ascoltarla. Non puoi fare a meno di lei. Né delle altre sorelle che la venerano. Solo loro capiscono. Ti capiscono. Solo loro sono sincere. Solo loro ti possono aiutare».

La foresta della solitudine esistenziale è popolata da una folla di anime sottili e smarrite, che parlano tra loro in una lingua a stento comprensibile tra “gli estranei”. E nel mondo dei “sani”, nel frattempo, ci si continua a domandare a oltranza quale sia il «messaggio» dell’anoressia, quale sia il significato di un corpo così maltrattato e abusato, se non una plateale richiesta d’aiuto.

Ma la verità è che il messaggio più importante è quello sussurrato da una voce quasi impercettibile tra le tante, ma che fa breccia in questo buio che tutto divora portando uno spiraglio di speranza. Una voce flebile che tra le righe suggerisce che di tutta questa sofferenza ci si può anche liberare: «Perché ho ripreso a mangiare? Beh, è semplice. Stavo per perdere il mio ragazzo a causa di Ana. A causa di tutto quello che stavo combinando stavamo per lasciarci. Lui è la mia vita, non potevo permetterlo».
Se non un faro, almeno il timido lume di una candela alla fine del tunnel.

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