A mente fredda
24 Gennaio Gen 2013 0946 24 gennaio 2013

Il finanziamento pubblico alla ricerca di base in Italia: conseguenze tragiche di un'annosa incuria

Dopo le critiche che su queste pagine Renzo Bragantini ha riservato alle modalità di attribuzione dei finanziamenti ai PRIN, ovvero dei progetti di ricerca presentati e condotti da reti di studiosi già di ruolo all'università, sul suo blog dell'Huffington Post la collega Maria Scermino ha invece sollevato il problema dell'arzigogolato sistema di regole per accedere al programma FIRB "Futuro in ricerca", ovvero il finanziamento che annualmente il ministero accorda a ricercatori giovani e (almeno quest'anno) esclusivamente "precari". Nel frattempo, con una inedita presa di posizione decisamente più "pesante" sul piano politico e istituzionale, anche la Conferenza dei rettori è intervenuta chiedendo addirittura la sospensione dei bandi e la loro modifica. In sostanza le critiche possono essere così riassunte:

  • In entrambi i casi, la decurtazione dei fondi stanziati rispetto allo scorso anno (quando già la situazione era tutt'altro che rosea a causa di alcuni anni di restrizione dei bilanci della formazione superiore e della ricerca) è stata drammatica: per il PRIN si è passati da circa 170 milioni a una quarantina, per il FIRB dai soliti 50-60 milioni a circa la metà.
  • Per i PRIN, è stata mantenuta una preselezione a livello locale, che in pratica impone a ogni ateneo di richiedere la leadership nazionale solo di un numero predeterminato di proposte, e promuove turnazioni, scambi di favori in cambio di rinunce, distribuzioni dei fondi non ottimali tra le varie sedi che ospitano un progetto.
  • Per i FIRB, i limiti di età dottorale e anagrafica escludono molti potenziali candidati, non tenendo conto della differenza nei ritmi di sviluppo della carriera e della produzione tra i diversi individui, e soprattutto i requisiti per le due linee di intervento dei più giovani e dei più anziani sono sovrapposte, consentendo in pratica alla grande maggioranza dei proponenti (dottori di ricerca da 5 a 7 anni) di concorrere per l'una o per l'altra, e svuotando di senso la suddivisione.

Oltre a condividere questi interventi invitando alla loro lettura, vorrei evidenziare alcuni elementi di contesto che possono aiutare a uscire dalla semplice constatazione dello stato di fatto, e a inserire questi provvedimenti in un periodo più ampio, come esiti di una (non-)politica universitaria ormai consolidata.

  • Per quanto riguarda i PRIN, al di là del "regalo" fatto ai sempre vituperati ma mai effettivamente attaccati potentati corporativi locali demandando ad essi, nei fatti, la selezione dei concorrenti, la conseguenza principale della preselezione locale era già stata autorevolmente notata l'anno scorso, al momento della sua introduzione, ed è essenzialmente la riduzione della "potenza di fuoco" degli atenei più attrezzati a preparare proposte di ricerca affidabili e di qualità. Specularmente, con una presentazione al Ministero di un numero di progetti proporzionale pressoché esclusivamente (quest'anno la suddivisione è stata parzialmente corretta e resa meno stringente) al numero di ricercatori presenti in ateneo permette alle sedi più scadenti, che meno speranze avrebbero di vedersi premiate dall'attribuzione dei fondi, di accedere con maggiore facilità alle ripartizioni. Magari si tratterà di pochi soldi, ma con gran parte degli atenei che usano in stipendi anche il 105-110% del FFO accedere a un PRIN è l'unico modo per sostituire una stampante rotta o far intonacare un ufficio, l'unico modo, quindi, per avere una piccola "bombola d'ossigeno" che garantisca a tutti un minimo di margine d'azione rispetto all'altrimenti unica prospettiva del decadimento strutturale. A questo obiettivo di garanzia della partecipazione alla ripartizione del malloppo di tutte le sedi accademiche possibili, al di là dell'effettivo contributo che i loro gruppi di ricerca possono dare alla produzione della conoscenza, era del resto orientata anche la pressione all'aumento del numero di unità coinvolte nelle proposte progettuali. In tutto ciò, però, il senso del PRIN, che dovrebbe essere un finanziamento straordinario per lavori di particolare interesse e qualità che vanno al di là della "normale amministrazione" dei servizi essenziali che ogni ateneo deve fornire, è totalmente distorto.
  • Per quanto riguarda il FIRB, dal momento in cui è stato orientato al sostegno a progetti di ricerca di giovani studiosi, con l'emendamento Marino dei primi del 2008, il programma è diventato un campo di tensione piuttosto evidente, sia perché è stato approvato in una legislatura e gestito da un'altra, con un'altra maggioranza che sull'università aveva ben altri piani, sia perché nelle intenzioni rappresentava un primo, piuttosto sbilenco dal punto vista normativo ma significativo, tentativo di promuovere nuove forme di reclutamento accanto alle assunzioni tradizionali. I documenti illustrativi presentati nel 2008 per chiarire gli aspetti del programma (di cui sul web rimane qualche traccia) erano piuttosto chiari: la tenure track richiedeva mutamenti legislativi eccessivi, e allora si procedeva con questi posti, che poi ovviamente sarebbero stati stabilizzati per non disperdere energie preziose, e il focus fondamentale del programma era appunto l'opportunità data ai precari, e il successivo inserimento di una linea per i giovani strutturati altrettanto ovviamente non avrebbe spostato granché le cose. Leggere oggi cose di questo tipo e pensare che qualcuno potesse essere così candido da crederci allora fa quasi tenerezza: negli anni 2008-2012, a progetti guidati da strutturati (che quindi si trascinavano dietro dei precari, ma che non partecipavano in prima persona al grosso delle procedure di selezione) sono andati oltre metà dei fondi che sarebbero dovuti servire per il reclutamento "di fatto", dopo che ai PRIN dei rispettivi anni erano tagliati i fondi per i ricercatori "junior" così da ottenere una partita di giro e non aumentare gli investimenti, e poi la riforma delle assunzioni del 2010 non ha contemplato vie particolari alla stabilizzazione dei titolari dei contratti se non in forme nebulose e ancora tutte da chiarire. In compenso i limiti di età a di tempo dal conseguimento del dottorato, erano interpretabili come un avvertimento su quali fossero le classi di giovani studiosi ancora "adeguate" a trovar posto nella ricerca, e quali dovessero darsi all'ippica: il fatto che ogni anno, anche prima di oggi, questi limiti ricevessero critiche unanimi e portassero alla luce migliaia di casi specifici che non potevano rientrare nei parametri generali, costringendo il MIUR a mutare radicalmente i termini l'anno successivo solo per ricominciare la stessa solfa, dà comunque l'idea di quanto affidabile sia questo modo di individuare potenziali candidati a continuare a lavorare all'università sulla base di meri criteri cronologici.
  • Che il punto nevralgico della gestione di questi finanziamenti sia l'intervento sul "rubinetto" per i contratti precari, e quindi per la popssibilità di dare a un certo numero di persone una continuità di attività professionale in attesa di una qualche forma di stabilizzazione, si vede del resto anche dai PRIN. Pur essendo pensati come supporto alla ricerca di personale già assunto, che solo occasionalmente può essere usato per collaborazioni di personale, quei fondi sono ormai impiegati per oltre il 50% per assegni, borse, o contratti di diritto privato. Riducendo lo stanziamento, e promuovendo la moltiplicazione delle sedi che si dovranno dividere i soldi, il MIUR vuole appunto impedire che gruppi di lavoro e atenei sostengano con questi fondi d'occasione personale precario, facendo del resto seguito alla netta riduzione delle tipologie di contratto postdottorale prevista dalla rifoma Gelmini, che rendendo obbligatorie le forme di accesso alla ricerca più costose e impegnative ha avuto come effetto intenzionale proprio la più grande campagna di licenziamenti nella storia repubblicana, con la perdita del lavoro di circa ventimila studiosi esperti in meno di due anni.
  • Per quanto riguarda la suddivisione tra i settori delle risorse, la differenziazione degli stanziamenti a svantaggio delle scienze umane e sociali non fa che sancire la costante violazione del principio del bottom-up che caratterizza il sostegno europeo alla ricerca a cui ci si ispira. Dall'area umanistica e sociale arrivano in genere circa un quarto delle domande, ma solo il 15-20% è finanziato. Al di là del fatto che a questa macro-area appartengono ambiti che l'opinione pubblica non considera del tutto secondari, come l'urbanistica, lo sviluppo sostenibile, la politica economica, lo studio della geografia antropica e dell'interazione uomo-ambiente, resta il fatto che il principio di distribuzione proporzionale alle domande ha la propria ragion d'essere nel tentativo di soddisfare curiosità e necessità della comunità scientifica, che se concentra le domande su un certo campo di studi avrà buone ragioni per farlo.

In conclusione, uno sguardo ai finanziamenti alla ricerca di base, per il loro ruolo strategico, per la loro serialità annuale e per la possibilità del Ministero di intervenire sui loro regolamenti con frequenza e facilità, ci dà uno spaccato di come l'amministrazione del MIUR abbia deciso di gestire la situazione universitaria negli ultimi anni di assenza della politica dal settore.

Senza voler scendere all'era Berlinguer-Moratti, ministri che hanno se non altro dovuto gestire con priorità e obiettivi molto diversi il comune quadro dell'applicazione del Bologna Process al caso italiano, e che quindi hanno dovuto imporre una linea, probabilmente l'ultimo ministero che ha avuto una politica universitaria, per discutibile che fosse, è stato quello di Fabio Mussi, col suo tentativo di impiantare meccanismi di valutazione e di differenziazione dei risultati delle diverse realtà accademiche in un ciclo di espansione delle risorse. Naturalmente la necessità, tipica dell'area politica di provenienza di Mussi, di dover scendere a patti con i gruppi corporativi e localistici del mondo universitario, ha condotto in sostanza il ministro a invertire l'ordine dei fattori, e a far precedere gli ultimi investimenti cospicui di fondi nel mondo della ricerca a qualunque tentativo di applicare forme di controllo e di rendicontazione dei risultati, e l'esito complessivo è stato decisamente deludente. Dopo di lui, però, la politica universitaria è sparita dall'agenda dei governi, e l'amministrazione del ministero si è trovata a gestire praticamente da sola l'esistente, di fronte o a una figura che si è mostrata del tutto inconsistente (Profumo), o al semplice paravento di un'aperta ostilità di un esecutivo che doveva ridurre drasticamente le spese e che trovava nella formazione una voce secondaria su cui lucrare.

I tratti distintivi di questa amministrazione dell'esistente sono quindi presto individuabili, e riassumibili sostanzialmente nell'assoluta assenza di progettualità tipica dell'assenza di una guida programmatica solida:

  1. La distribuzione delle risorse per progetti di ricerca occasionali, le uniche che possono essere toccate, deve avvenire garantendo l'ossigeno alle sedi in difficoltà che non potrebbero permettersele, invece di intervenire con una robusta ristrutturazione degli atenei e della loro qualità.
  2. Di fronte alla scarsa domanda di laureati e di personale altamente qualificato nel mondo del lavoro italiano, la soluzione non è un'opera di lungo periodo per rendere il nostro sistema di istruzione superiore più adeguato alle necessità sociali, e il nostro sistema produttivo meno simile a quelli del terzo mondo, ma semplicemente rimpicciolire gli atenei, ché ogni soluzione alternativa costerebbe troppa fatica troppa vision. Da ciò l'intervento sulle assunzioni e il tentativo di smaltire i precari in attesa, tra l'altro basato sul presupposto sbagliato che docenti e ricercatori di ruolo siano in grado, se fatti lavorare a pieno regime, di garantire un livello accettabile di qualità nei servizi universitari da soli, senza tener conto del fatto che col nostro sistema di reclutamento su basi sostanzialmente casuali con la perdita di chi è rimasto precario si perde gran parte delle competenze e delle capacità che permettono all'Italia di non affondare nella competizione scientifica internazionale. Anche in questo caso, però, l'individuazione e la liberazione di personale strutturato inadeguato richiederebbe una base di politica universitaria attualmente inesistente.
  3. Invece di promuovere una (anche qui) troppo difficile e laboriosa riforma di alcuni settori di studio in crisi, per esempio rinnovando il ruolo del sapere umanistico al di fuori di facoltà ad esso esclusivamente dedicate e ormai inutilizzabili, si preferisce procedere al soffocamento degli ambiti di studio bisognosi di essere ristrutturati, e di puntare solo alle materie di ricerca che possono restare "in salute" anche col mantenimento dell'assetto attuale.
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