Storie di Medioevo e Bisanzio
25 Gennaio Gen 2013 1839 25 gennaio 2013

Gli Zen alla scoperta dell’America?

Siamo nel XIV secolo, una della solite imbarcazioni veneziane, cariche delle spezie più preziose, sta per lasciare la laguna, destinazione Fiandre. Al comando della spedizione c’è Niccolò Zen, rampollo di una delle famiglie più illustri di Venezia. Tale famiglia aveva origine antichissime. Si favoleggiava che fossero addirittura discendenti dalla famiglia Fannia, che aveva dato i natali all’Imperatore d’Oriente Zenone e Leone II. Dopo l’arrivo dei Longobardi, gli ancestrali Zen, si rifugiarono prima a Padova e poi a Burano, dove iniziarono la loro azione politica come tribuni fino a divenire, negli anni, tra le famiglie più importanti di Venezia.

Tornando alla storia di Niccolò, parte da Venezia per vendere le sue merci nelle Fiandre nella primavera del 1383, un commercio molto ricco e promettente, ma allo stesso tempo insidioso. L’Oceano non perdona, le burrasche sono all’ordine del giorno, così come la possibilità di naufragare con la conseguente perdita di ogni prezioso avere. Niccolò, invece, da bravo mercante, sfida la sorte e salpa da Venezia. Costeggia la costa adriatica, supera Malta e si dirige verso le Isole Baleari, poi le colonne d’Ercole e via verso il freddo nord, con la speranza di cavalcare le onde e giungere a destinazione. Il vento soffia, Niccolò è fortunato, la sua nave taglia le onde che spumeggiano sulla sua chiglia. Supera velocemente le coste delle Asturie, dove combatte contro la pioggia e il clima umidissimo della zona, arriva in Francia e supera la Bretagna, poi entra nel canale della Manica. Ormai ci siamo, pensa Niccolò, qui l’Oceano è molto più calmo, le correnti sono meno turbinose e la barca è meno in balia dei venti. Invece un bruttissimo temporale spinge la barca veneziana fuori rotta, il timone non risponde ai comandi e la vela si gonfia paurosamente. Ormai il naufragio è certo, Niccolò cerca disperatamente di ammarare l’imbarcazione e riesce a trovare un’isola. Giunge nell’arcipelago delle Fær Øer. Lui e il suo equipaggio vengono salvati del capo della zona, un mezzo vichingo, chiamato Henry barone di Sinclair. I due fanno amicizia e a Niccolò viene proposto di guidare le navi locali per conquistare tutte le isole Fær Øer. Il mercante veneziano accetta, è troppo affascinato da quei luoghi a lui sconosciuti, la sua curiosità, tipica della gente di mare è più forte di ogni altra cosa, specialmente della paura. Prima di partire però, manda una lettera al suo caro fratello incitandolo a raggiungerlo. Antonio, una volta ricevuta la missiva, parte e arriva nell’estremo nord. Grazie alle navi vichinghe, messe a disposizione da Henry, lo Zen conquista le altre isole e le sottomette per conto del barone di Sinclair.
Ma non è finita qui l’esperienza di Niccolò, alla guida di tre navi parte alla volta dell’Islanda, “ultima isola del mondo”, come scrive Di Robilant nel suo libro “Irrestibile Nord”. Una volta giunto in quei luoghi mai visti, si incontra con dei frati domenicani, dove scopre che al posto del fuoco, i missionari di Dio si scaldano con delle sorgenti di acqua calda ricolme di zolfo. Come sempre, annota tutto quello che vede, racconta dei luoghi islandesi, dei ghiacci, dei geyser, della popolazione locale e del clima dell’isola. Poi spedisce tutto a Venezia, e queste lettere furono tra i primi racconti, sull’isola dimenticata, in tutta Europa.


Il prode e ricco mercante veneziano si era trasformato in un esploratore. Ma nell’autunno del 1387 il richiamo della madre patria è fortissimo, e decide di ritornare. Vuole però che la sua esperienza non sia perduta e lascia ogni cosa a suo fratello Antonio che prende il suo posto sotto ogni punto di vista. Almeno uno Zen continuerà a raccontare le grandi avventure dell’estremo nord, pensa Niccolò prima di lasciare le isole.
E’ infatti grazie ad Antonio che l’avventura, se possibile, si fa ancora più interessante. Nel 1397 arriva uno strano pescatore nell’isola. Dice di aver viaggiato per luoghi mai visti e la sua esperienza era durata ben 26 anni! Il naufrago però non viene creduto, tutti lo sbeffeggiano tranne Antonio che è colto dalla curiosità. Poi l’uomo mostra oggetti mai visti, sorprendendo tutti, e afferma che nel suo lungo viaggio era naufragato e si era salvato grazie ad un’isola che aveva chiamato Estotiland. Il vecchio racconta pure di un popolo lì conosciuto, che pur non parlando la sua stessa lingua, avevano con loro un libro scritto in latino. Il loro paese era molto ricco ed loro erano originari della Engroveland. Questo popolo seminava grano e poi ne faceva dell’ottima birra, che veniva bevuta da tutti. Erano grandi navigatori e costruivano grandi navi ma erano del tutto ignari dell’esistenza della bussola.
Antonio, che credeva ciecamente al vecchio pescatore, scrive ogni cosa su il suo taccuino, era rimasto colpito e terribilmente affascinato da quel racconto. Il pescatore, infine, descrive di essere fuggito da una tetra prigione nell’Estotiland e di essere arrivato fino a qui.
Anche il barone, come Antonio è affascinato da questa storia e decide di reperire delle grandi navi e di preparare una spedizione alla ricerca di questa terra mitica. Antonio viene scelto come capo. Appena il tempo lo permette, ecco che Antonio parte con la sua nuova ciurma, verso l’ignoto.
Siamo nel 1398, più di un secolo prima della scoperta di Cristoforo Colombo!


La sfortuna vuole che anche questa volta una tempesta metta fuori strada la nave dello Zen che si trova improvvisamente costretto e ripiegare su Icaria (forse Terranova). Gira il timone verso la baia per far scendere i suoi e proteggere la barca dalla tempesta, ma gli abitanti del luogo appaiono all’improvviso, urlando e lanciando loro delle frecce. Antonio, allora, decide di tornare in mare aperto e di riprendere la rotta e il 2 giugno del 1398, arriva nell’odierna Groenlandia dove trova un promontorio. Fa scendere l’ancora e si stabilizza lì per qualche tempo nominando quel luogo “Promontorio della Trinità”. Dopo qualche giorno incontra anche qualche abitante del luogo che ha gli occhi a mandorla come la gente dell’Oriente raccontata da Marco Polo, ma vestono in maniera totalmente diversa. Vista l’impossibilità di proseguire oltre, Antonio prende la via di casa. Arriva nelle Fær Øer e poi, colto dello stesso male del fratello, decide di tornare a Venezia, dove muore nel 1405.
Questo è un bel racconto di un discendente dei prodi marinai veneziani. Si tratta delle memorie di un altro Niccolò che, preso dallo spirito del suo tempo (1500), decide di scrivere le gesta dei suoi antenati, inserendo pure una mappa antica (finta) disegnata addirittura del suo avo.
Qui le cose si complicano, almeno a livello storico. Una teoria, quella del Prof. Giorgio Padoan dice che è tutto vero e che gli Zen scoprirono l’America per primi, mentre secondo Andrea da Mosto, Niccolò, colui che scrisse le memorie dei suoi avi, si inventò tutto.
Grazie ad un nuovo libro che si intitola “Irresistibile Nord”, scritto da Andrea di Robilant, molto è stato spiegato e raccontato. Molti dubbi fugati, altri invece rimangono tali, come è giusto che sia.
E’ però affascinante pensare che due fratelli, pur ricchi mercanti e aristocratici, fossero stati spinti dalla curiosità di nuove terre, tanto da dirigersi così lontano, forse addirittura a Terranova, nell’odierno Canada. Oggi la loro memoria è legata ad una piccola lapide scritta in uno dei loro palazzi, vicino ai Gesuiti. Che recita questo:

“A Nicolò e Antonio Zeno,
nel secolo decimoquarto navigatori
sapientemente arditi dei mari nordici”

Libro consigliato:

Andrea di Robilant, Irresistibile Nord, Corbaccio 2012

Immagini di : Claudio Bergamo

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