Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
25 Gennaio Gen 2013 2122 25 gennaio 2013

La danza di morte di Antigone

Me la ricordo bene. Era il 95 e quello spettacolo fu una specie di miracolo, qualcosa che segnò la storia del teatro italiano. Era Il ritorno di Scaramouche, scritto, diretto e interpretato da Leo de Berardinis, forse al massimo della sua creatività. Il felicissimo gioco scenico, la struggente bellezza della poesia, l'implacabile sguardo sulle magagne del tempo, la rinnovata invenzione della Commedia dell'arte e dell'uso della maschera, fecero di quello spettacolo un evento vero. Con Leo c'era la sua compagnia, fatta di attori e attrici che seppero attingere al magistero umano, intellettuale e scenico del Maestro. E nel gruppo c'era anche lei, Elena Bucci. Aveva una maschera dal becco incredibile, inquietante. Aveva un costume nero, le belle braccia scoperte diventavano ali minacciose, e faceva movimenti che richiamavano le ritualità delle arti marziali. Elena interpretava la Morte. La sua era una presenza magnetica. Astratta e concretissima, feroce e dolcissima. Da allora, quando penso alla morte, la immagino con quel becco violento. Con quegli occhi bui, e la voce suadente di bambina. Elena Bucci è una grande attrice. Da tempo con la sigla Belle Bandiere, sempre affiancata da Marco Sgrosso - anche lui memorabile protagonista della compagnia di Leo de Berardinis - la Bucci si cimenta in un sistematico attraversamento dei classici, da Shakespeare a Goldoni a Ibsen o Brecht, senza escludere autori più vicini la nostro tempo come Pinter (mentre Sgrosso ha firmato e interpretato anche una ottima edizione di "Ella" di Achternbusch). Ora, per riprendere la suggestione iniziale, era naturale che la Bucci incontrasse Antigone: la sposa di Ade, colei che sceglie gli inferi. È, questo, un primo incontro del gruppo con la tragedia classica (anticipato da un lungo laboratorio che la compagnia ha tenuto a Brescia, con il CtB, che ha avuto come felice esito Mythos, di cui ho già raccontato in questo blog). Elena Bucci dunque è una Antigone al tempo stesso lieve e tragica, disinvolta e consapevole. La sua scelta di seppellire il fratello Polinice, contravvenendo all'editto del re Creonte, è l'ineluttabile passo di una donna che non esita. Anche il candore con cui risponde a Creonte che la incalza, Còlta in flagranza di reato, affermando lievemente "sono qui, uccidimi" (vado a memoria) è sintomo di una avventura emotiva di grande sensibilità. L'eterno scontro tra due hybris, creato da Sofocle - il mondo dei morti di Antigone, con le sue leggi dell'oikos, e le leggi positive di Creonte, con la sua ostinazione a difendere la polis - per Bucci/Sgrosso, che firmano anche l'asciutto adattamento, diventa dialettica, confronto in cui spicca e si avverte però una propensione per la fanciulla ribelle. È in lei che pulsa il cuore (anche politico, anarchico) dello spettacolo di Bucci e Sgrosso. Creonte arriva sempre un minuto dopo, è in costante, simbolico, ritardo sui fatti e le loro interpretazioni (e non è un caso che tutti chiedano, continuamente, "dov'è Creonte?"). E troppo tardi si pentirà della sua severa condanna, nonostante gli ammonimenti, quasi minacce, di Tiresia. Il coro ha un gusto contemporaneo, contadino (cappotti, giacche, cappelli metà novecento) addirittura dialettale, ma con mezze maschere da Commedia che lo rendono ancora più straniante. Dal coro si staccano, di volta in volta, i coprotagonisti della tragedia: Ismene, Emone, la guardia, lo stesso Tiresia. E vale la pena citare gli interpreti, sono cinque e valgono il doppio: Daniela Alfonso (corifea mediterranea), Maurizio Cardillo (corifeo e Tiresia), Nicoletta Fabbri (Ismene e coreuta), Filippo Pagotto (Emone e coreuta) e Gabriele Paolocà (guardia e coreuta). Ma al centro è, si è detto, Antigone, dalla lunga sciarpa bianca che diventerà velo delle sue nozze di morte. Elena Bucci conferma, se ce ne fosse bisogno, le sue doti di interprete: il modo in cui muove le braccia (quello stendere la sinistra e piegare un po' la destra dietro il capo, quasi a difendersi), il modo in cui stringe le spalle, il volto verso l'alto, gli occhi spesso chiusi, come fa scivolare della terra tra le dita, nel gesto simbolico della sepoltura... E la voce, quella voce che modula emozioni, con un sapore antico, lontana e presentissima, popolare e poetica. Lo spettacolo, che si arricchisce continuamente del bellissimo disegno luci di Maurizio Viani, su musiche rock, etniche e cori popolari, vive di grande compattezza. E se pure non aggiunge molto alla lettura teatrale o filosofica del mito di Antigone - sui cui si sono cimentati, come si sa, in molti - ha dalla sua una cifra nitida, viva, essenziale. (Ma mi si consenta un appunto: perché chiamare Bacco il vecchio Dioniso? È vero, è pure filologicamente corretto e accettabile, ma che peccato per quel vecchio dio che con il teatro ha qualche frequentazione...). Ho visto questa "Antigone", prodotta da Le Belle Bandiere con il Centro Teatrale Bresciano, al teatro Remondini di Bassano del Grappa: straesaurito, pubblico attento, tanti giovani volti. E grandi applausi alla fine.

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