Massimiliano Gallo
Mi consento
27 Gennaio Gen 2013 1016 27 gennaio 2013

La linea (non sottile) tra Michele Serra e Aldo Grasso

Se non sbaglio, lo scrissi già una volta. Una rubrica fissa, per un giornalista, può rivelarsi un boomerang. L’angoscia del dover scrivere qualcosa lentamente, ma inesorabilmente, ti assale e come quando sei comunque costretto a dare una risposta prima che il tempo scada, zacchete ti ritrovi a scrivere una banalità.

È quel che, a mio avviso, sta avvenendo ad Aldo Grasso nello spazio e domenicale che il Corriere della Sera gli ha riservato in prima pagina. Già sette giorni fa il critico televisivo di via Solferino indugiò, buon ultimo su un milione di persone, sulla discesa dalla pedana e la salita in campo di Valentina Vezzali, ricordando la famosa toccata che la straordinaria campionessa di scherma offrì a Berlusconi negli studi di Porta a porta. Uno scivolone può capitare, per carità. Anche stamattina, però, Grasso non brilla né per inventiva né per fantasia. A chi dedica il fogliettone che dovrebbe essere al vetriolo? Ma a Nicola Cosentino, ovviamente, il nuovo male assoluto. E lo fa condendolo del solito napolistume, attingendo a piene mani al repertorio del folclore partenopeo, quello buono per ogni occasione. E così un po’ di Renato Carosone, un pigliate ’na pastiglia, una shakerata di Garrone, qualche soprannome ben piazzato e il gioco è fatto. Anche questa settimana l’abbiamo sfangata.

Ve però detto che la rubrica fissa può anche esaltare le doti di un giornalista o di uno scrittore. È il caso, su Repubblica, sia di Gianni Mura (stamattina da incorniciare con i suoi “sette giorni di cattivi pensieri” sul razzismo) sia, soprattutto, di Michele Serra che oggi scatta una fotografia impietosa e lucida come nessun’altra sul caso Mps. Eccovela, integralmente. La copio da Repubblica, violando la riproduzione riservata. Ma un capolavoro non può rimanere ingabbiato dal copyright.

“La fatica tremenda che un cittadino comune deve far capire (o tentare inutilmente di capire) che cosa è accaduto al Monte dei Paschi di Siena, di che pasta sono le alchimie finanziarie, che cosa sono i derivati: è questo il massimo scandalo. Segna il distacco spaventoso tra la grandissima maggioranza delle persone, che vive del proprio lavoro e con la vita fa conti ardui, ma chiari; e la ristretta lobby di giocatori (non trovo un termine più appropriato) che spostano miliardi, li nascondono, ne deformano il valore. Tra i centesimi pedantemente riportati (ed è giusto che sia così) nei nostri resoconti bancari, e quei miliardi fantasmatici, non si sa se solidi o gassosi, che volteggiano nel cielo cupo di ogni bancarotta, di ogni corruzione, di ogni mega-operazione finanziaria, che rapporto c’è? Nessuno: il nostro è denaro, quell’altro è potere.
Che non esista più alcun nesso tra il lavoro e il potere, tra il mercato concreto, fisico, dove noi tutti si guadagna e si spende, e il mercato metafisico dove nulla è trasparente, nulla dicibile a voce alta, è la tragedia politica della nostra epoca. Ed è qualcosa che rende ancora verosimile, e ancora pronunciabile, la parola rivoluzione”.

Quando una rubrica vale l’acquisto di un giornale.  

p.s. quanti italiani sanno che cosa sono i derivati?

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