L'Aquila Blog. Opinioni a confronto sui fatti che contano
28 Gennaio Gen 2013 0933 28 gennaio 2013

Non si fa prevenzione perché la ricostruzione è un business

«A molti, quasi non conviene investire in prevenzione perché la ricostruzione è un business».

Il sismologo Christian del Pinto usa questa provocazione per sottolineare quanto poco si faccia per prevenire terremoti, anche alla luce di tragedie relativamente recenti come il terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. Eppure, talvolta la prevenzione può fare una differenza enorme.

Ti trovi a camminare nel centro di Anchorage, il cuore amministrativo dell’Alaska, tra un caffè da Starbuks per digerire un halibut mangiato per strada. Uffici a destra e negozi a sinistra disegnano una perfetta geometria urbana. Se non fosse per dei fogli informativi che trovi sulle bacheche degli edifici principali e per un piccolo memoriale sulla Sixth Avenue, verrebbe quasi impossibile credere che questa città, nel 1964 è stata colpita da un terremoto di proporzioni enormi, con una magnitudo momento di 9,2. Un sisma registrato come il più potente mai avvenuto negli Usa e il secondo più forte di sempre, di quelli registrati. Essendo stato un evento sottomarino, il sisma generò uno tsunami con onde alte fino a 9 metri, che si abbatterono sulla costa, cancellando interi centri abitati. La scossa durò 4 minuti circa, provocando gravi danni proprio ad Anchorage: infatti nella città crollarono diversi palazzi, si aprirono fessure nelle strade e si produsse il fenomeno della liquefazione delle sabbie. Eppure le vittime furono 143, circa la metà di quello che ha colpito L’Aquila e l’Abruzzo.

Ritmi e modalità di ricostruzione a parte, appare evidente che l’approccio con i terremoti negli Usa sia molto diverso da quello italiano, dove tragedie come quella del Friuli o dell’Irpinia sembrano aver insegnato poco in materia di prevenzione sismica. «Qui c’è gente che dice che la prevenzione non serve», valuta Del Pinto, «tanto il prossimo terremoto all’Aquila ci sarà fra 300 anni. Così l’Aquilano è rimasto in zona sismica 2, dove era stato declassato qualche anno prima del 6 aprile 2009». Geofisico, sismologo e vulcanologo del Pinto non è mai stanco di ribadire la necessità di fare prevenzione in un’epoca in cui, invece, per molti ricostruire rappresenta un affare ben più ghiotto. «Viviamo in un Paese esposto a rischio sismico e la popolazione deve esserne consapevole», sottolinea. «Quello che stiamo vedendo a livello di enti locali va in direzione opposta». Del resto, i piani di prevenzione sismica in molti comuni del Cratere sismico aquilano non sono chiari o sono mal divulgati. All’Aquila, ad esempio, le 51 aree indicate dal piano non sono attrezzate; alcune sono anche nel degrado.

Del Pinto è stato tra i pochi uditori della Commissione Grandi Rischi, convocata all’Aquila una settimana prima del terremoto del 6 aprile 2009. A suo dire, la funzione della commissione Grandi Rischi «è stata distratta dalla questione Giuliani», con riferimento al tecnico aquilano divenuto celebre per le sue “previsioni” degli eventi sismici attraverso la rilevazione dei livelli di radon. Gran parte della discussione «è stata incentrata a fermare determinati personaggi che prendevano contatti con gli enti locali per dire: ci sarà il terremoto qui o lì».

«Non c’è stata da parte degli scienziati», valuta del Pinto – intervistato da Fabio Iuliano, «un’attenzione nel valutare seriamente ogni possibile evoluzione del fenomeno che si stava verificando in quel momento. E’ stata fatta una riunione abbastanza frettolosa che mi ha lasciato parecchi dubbi anche su alcuni dei contenuti scientifici proposti, quali per esempio la bassissima possibilità (quasi prossima allo zero dissero) che uno sciame sismico registrasse un’impennata di magnitudo rispetto ai terremoti che componevano lo sciame fino a quel momento. Ma un’impennata di magnitudo già c’era stata il giorno prima, passando da magnitudo 2.1 a 4.1 del 30 marzo. È stata», conclude, «un’affermazione azzardata».

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