Pirates! Not the Navy!
28 Gennaio Gen 2013 1158 28 gennaio 2013

Riformare lo Stato, combattere la corruzione.

1. La realtà drammatica dei dati sulla corruzione.
La corruzione ritorna ciclicamente alla ribalta del dibattito pubblico italiano oramai da ogni vent’anni, ma se la rilevanza mediatica si manifesta solo periodicamente siamo in realtà di fronte a comportamenti criminali costanti ed estremamente radicati nella società italiana. Per comprendere quanto sia profondo e pervasivo il fenomeno della corruzione in Italia è necessario partire da un’attenta analisi dei dati. Transaprency International, organizzazione mondiale della lotta alla corruzione, stila ogni anno una classifica dei Paesi basata sul Corruption Perception Index, cioè del livello secondo il quale l’esistenza della corruzione è percepita in uffici pubblici e politici. Si tratta di un indice ottenuto sulla base di complesse rilevazioni statistiche. La classifica va dai Paesi in cui il dato della corruzione è più basso a quelli in cui la percezione della corruzione risulta più forte. Figurano da sempre nelle primissime posizioni Paesi come Danimarca, Finlandia e Nuova Zelanda, dove l’indice della corruzione percepita è estremamente basso. Agli ultimi posti troviamo invece Stati caratterizzati da scarsa governabilità, instabilità politica e debolezza delle istituzioni come Kenya, Liberia, Bangladesh, Venezuela, Congo, Iraq, Somalia, Birmania, Nigeria. Francia, Germania ed Inghilterra ottengono un ottimo piazzamento confermandosi negli anni sempre intorno al tredicesimo, quattordicesimo e quindicesimo posto. Poco più indietro troviamo la Spagna. Ad un primo colpo d’occhio i Paese dell’Unione Europea non sembrerebbero avere gravi problemi nel controllo e nella repressione dei fenomeni corruttivi. Tuttavia all’appello manca l’ultimo grande Paese del vecchio continente: l’Italia. Il nostro Paese è situato al settantaduesimo posto nella classifica di Transparency International, siamo cioè più vicini al Ghana che al resto dell’Europa. Il dato è grave non solo per il grande distacco dalla media europea nella percezione della corruzione, ma soprattutto per essere passato dal quarantunesimo posto all’odierna posizione in un arco temporale di solo pochi anni. La situazione è dunque peggiorata e ora il nostro Paese rientra nella fascia dei Paesi con un livello di corruzione medio-alto ed in compagnia di Stati notoriamente inclini alla pratiche corruttive come Brasile, Argentina, Russia e Cina. A testimonianza di una forte penetrazione del fenomeno nella vita pubblica italiana Il Rapporto sulla corruzione in Italia ci indica che il 64% degli italiani ritiene che gli uffici pubblici o politici siano soggetti a pratiche corruttive e il 68% è convinto che il sistema giudiziario italiano sia inaffidabile ed inquinato dall’influenza della corruzione. La situazione è aggravata proprio dalla questione giudiziaria, infatti i delitti di corruzione e concussione consumati sono passati dai 311 casi del 2009 ai 223 del 2010 (-88 casi). Le persone denunciate sono calate nello stesso periodo da 1.821 a 1.226 (-595) e i condannati da 341 a 295 (-46). Le condanne per reati di corruzione sono passate da un massimo di 1.700 nel 1996 ad appena 239 del 2006. Ciò che traspare da questi dati è che la compravendita degli atti pubblici da parte dei privati si sta normalizzando e istituzionalizzando, come se fosse fisiologico corrispondere denaro a chi di dovere per lavorare con la Pubblica Amministrazione. Il calo delle denunce e dei casi giudiziari ne sono un chiaro indicatore. La quantificazione in termini economici del fenomeno viene invece calcolata dalla relazione annuale della Corte dei Conti che stima una cifra di 60 miliardi sottratti allo Stato e alle imprese dalla corruzione. Una cifra enorme, superiore a qualsiasi manovra economica mai varata nel Paese. Da questi dati è possibile evidenziare immediatamente i danni più visibili e superficiali della corruzione: discredito internazionale, scarsa fiducia dei cittadini nelle istituzioni, spese lievitate per lo Stato con pesanti ricadute sulla salute economico-sociale del Paese.


2. La corruzione: danni economici, sociali ed etici.

Gli effetti, in termini di costi economici e sociali, della corruzione sono innumerevoli. Benchè si tratti di reati che colpiscano meno rispetto a quelli che comportano violenza sulle persone, i danni che la corruzione è in grado di compiere nella società sono ben maggiori. La corruzione costituisce una seria minaccia alla stabilità e alla sicurezza della società, allo sviluppo politico, economico e sociale ed ai valori democratici. Esistono effetti immediatamente percepibili della corruzione e altri, più sottili, che si manifestano in tutta chiarezza solo nel lungo periodo. Una delle conseguenze più evidenti, dal punto di vista innanzitutto economico e poi anche sociale, è l’allontanamento degli investitori onesti. Lo sforzo mondiale nella lotta alla corruzione è indirizzato proprio ad evitare la rottura delle relazioni commerciali verso quei Paesi dotati di un apparato burocratico corrotto, che si trovano a subire un’inevitabile contrazione degli investitori esterni e una conseguente riduzione dello sviluppo economico interno. Altre conseguenze manifeste sono lo sperpero e l’inefficienza: non fosse altro perché i servizi pubblici forniti a seguito di corruzione compromettono la qualità della vita delle persone. Pensiamo ad un imprenditore che ha vinto un appalto perché ha versato la tangente. Inevitabilmente aumenterà il prezzo perché nei costi del servizio pubblico offerto dal privato si dovrà calcolare anche il valore tangentizio. Evidente il danno per la collettività: il denaro pubblico paga la corruzione dei pubblici ufficiali. Senza contare poi che l’imprenditore disonesto raramente sarà il più capace, con la conseguenza che il risultato del lavoro realizzato sarà di qualità probabilmente inferiori rispetto a quelle che un sistema davvero libero e competitivo potevano offrire. Insomma, la corruzione fa aumentare i costi delle contrattazioni pubbliche, mantiene le inefficienze dei servizi, alimenta il nepotismo e il voto di scambio. C’è poi tutta una serie di effetti indotti che aggravano di non poco la situazione. Uno Stato corrotto, ad esempio, impiega denaro nella corruzione sottraendolo a servizi fondamentali come la sanità o l’istruzione, le sue istituzioni perdono credibilità, così come la politica. Dai costi economici si passa ai costi “sociali”, cioè alla sfiducia e al deterioramento dell’etica pubblica, al mercimonio illegale come pratica consuetudinaria, al consolidamento della concorrenza sleale come fattore di normalità del sistema economico. Esistono inoltre nessi molto chiari ed empiricamente dimostrati tra corruzione e carenza di cultura, limiti di funzionalità del sistema istituzionale, indice di sviluppo umano, ingiustizie sociali, presenza mafiosa: la corruzione non indebolisce solo il sistema economico o quello politico, ma impedisce la promozione della persona e rende le società meno giuste e meno aperte. Tra i costi della corruzione vi è ovviamente anche quello dell’immagine di un Paese. Classifiche e indici internazionali oggi consultabili liberamente da chiunque mettono a repentaglio la serietà e la credibilità di un Paese i cui dati relativi alla illegalità nelle pratiche amministrative risultino di pessimo livello. Non è un caso che i Paesi dove la corruzione trova meno spazio siano anche considerati quelli più credibili, seri e soprattutto siano quelli economicamente più sviluppati.


3. I ritardi della politica e l’azione del Governo Monti.

L’Italia è spesso in ritardo nell’adeguamento della propria legislazione alle Convenzioni europee ed internazionali e nella lotta alla corruzione non ha smentito questa tendenza. Già dalla fine degli anni novanta le fonti internazionali chiedevano una evoluzione del tessuto normativo italiano con l’introduzione di nuovi reati, innalzamento delle pene e previsione di strumenti di prevenzione. Evoluzione ignorata da tutti gli esecutivi che si sono succeduti negli anni fino a quello presieduto da Mario Monti. Grazie all’azione del Ministro della Giustizia Paola Severino, dopo un iter parlamentare complesso e con numerose resistenze anche all’interno della maggioranza, lo scorso novembre ha visto la luce la nuova legge anticorruzione. Nel nostro codice penale vengono introdotti reati che si attendevano da tempo come il traffico illecito d’influenze e la corruzione tra privati, sono state innalzate le pene di tutte le fattispecie corruttive, si è sancita l’incandidabilità dei condannati definitivi per reati contro la Pubblica Amministrazione e l’impossibilità di gestire appalti per chi ha una condanna per reato grave o di corruzione, sono stati istituiti piani di mappatura del rischio e di prevenzione rispetto ad atti contrari ai doveri d’ufficio, si è rafforzata la trasparenza con le banche dati online. Dopo anni d’attesa si è giunti ad un provvedimento che s’inserisce in quel disegno più ampio portato avanti con forza dall’attuale esecutivo di restituire credibilità e serietà internazionale all’Italia. Certo ancora molti provvedimenti dovranno essere adottati soprattutto nell’ambito della trasparenza, relativamente alla prescrizione dei reati o alla turnazione dei dirigenti statali, ma già un significativo passo è stato fatto tanto verso il restauro della legalità nel rapporto tra cittadini e Pubblica Amministrazione quanto nei confronti di una comunità internazionale oramai insofferente a ritardi in branche del diritto fondamentali per un corretto sviluppo economico.


4. La via delle riforme è anche quella della legalità.

Potrebbe sembrare difficile trovare un filo conduttore tra riforme e legalità, tuttavia cambiare le regole e le ripartizioni di risorse costituisce un incentivo ai cittadini verso un maggior rispetto delle stesse. Basti pensare ad esempio ad una riforma del mercato del lavoro grazie alla quale si potrebbe avere una maggiore flessibilità accompagnata da una riduzione della tassazione sul lavoro che risollevi i dati occupazionali e sottragga al lavoro nero molte risorse umane che oggi sono costrette al sommerso a causa della disoccupazione. Oppure immaginare il turnover dei dirigenti della Pubblica Amministrazione rispetto a un determinato ruolo o piuttosto l’istituzione di contratti solo a tempo determinato per le figure dirigenziali, che costituirebbero misure non solo a favore di una maggiore efficienza, ma capaci di scardinare posizioni di potere sedimentate negli anni dove si annidano spesso resistenze al cambiamento, nepotismo, collusioni e corruzione con gruppi di pressione privati o con le mafie. La riforma delle pensioni varata dal ministro Fornero significa evitare di continuare a produrre l’anacronistica illusione di mandare in pensione i lavoratori a 58 anni, come è stato fatto in passato, per poi incentivare gli stessi a continuare a lavorare in nero. Allo stesso modo la continuazione dell’opera di spending review iniziata con il Governo Monti rientra in un disegno improcrastinabile di eliminazione della spesa pubblica improduttiva, spesa nella quale si annida l’infiltrazione mafiosa, il clientelismo e ovviamente la corruzione. Stesso discorso per gli incentivi pubblici alle imprese che dovrebbero essere sostituiti da forme di detassazione per l’imprenditoria poichè costituiscono solamente un facile terreno di caccia per le organizzazioni criminali mafiose nel frodare lo Stato ed incassare denaro fresco derivante dalle tasche dei cittadini. Semplificare le norme amministrative significa velocizzare i rapporti tra Stato e cittadino evitando che quest’ultima preferisca il pagamento della mazzetta all’aspettare per mesi o anni permessi ed autorizzazioni, così come rendere trasparenti, con i meccanismi di open data, i conti della PA garantisce maggiore controllo sulla spesa pubblica e su costi gonfiati dalle corruttele. Ciò che appare evidente è che maggiore è la pervasività dello Stato, maggiore il suo potere d’interposizione, più ampie le possibili collusioni criminali tra questo ed i cittadini. La burocrazia e la superfetazione normativa alimentano i tentativi di corruzione così come un’eccessiva pressione fiscale alimenta forme di evasione. Uno Stato pesante determina la ribellione ed il rifugio dei privati in forme di illegalità che nel nostro Paese sono diventata una prassi comunemente accettata. Ripristinare la legalità è dunque la prima delle riforme economiche da realizzare. Una nuova etica pubblica dovrà necessariamente passare da un profondo cambiamento delle regole, dalla capacità di ridisegnare un nuovo rapporto tra Stato e cittadino, dalla necessità di riequilibrare le opportunità e promuovere il merito. Fin dall’antica Grecia la legge è ciò che dovrebbe difendere gli individui contro la minaccia di un male ingiusto, che provenga dalla mafia, da privati, ma soprattutto dallo Stato. Ripristinare la legalità, oggi in Italia, significa anzitutto riguadagnare spazi di libertà a scapito dello Stato e delle rendite di posizione. Con l’agenda Monti si è aperto un sentiero poco battuto in passato che porta sulla via delle riforme e, come abbiamo visto, sulla strada di un nuovo concetto di legalità. Nei prossimi anni non sarà possibile astenersi da un nuovo complesso di regole che sappiano ridurre il peso dello Stato nella vita dei cittadini, rompere i corporativismi, consumare i blocchi di potere burocratici e riequilibrare le tutele a favore di chi fino ad oggi ha avuto minori opportunità e spazi di competizione. Portare a compimento questo disegno significherà ridurre drasticamente anche i presidi d’illegalità che avvelenano la società italiana: corruzione, malversazione di fondi pubblici, infiltrazioni mafiose, lavoro nero. La legge anticorruzione non è che il primo passo verso un disegno riformatore ad ampio raggio che sia capace di promuovere la legalità a tutto tondo. Troppo spesso in questi anni abbiamo considerato quest’ultima come un principio riducibile alla stucchevole questione politica tra opposte bande di presunti garantisti e puri giustizialisti, oppure come una mera questione di polizia e ordine pubblico e non invece come l’elemento costitutivo di un corretto disegno del rapporto tra Stato e cittadini. Considerato tutto questo, è possibile affermare che solamente un programma autenticamente riformatore, capace di innestare apertura e competizione nella società italiana, potrà determinare quel cambiamento di regole e comportamenti capaci non solo di rimettere in moto il Paese, ma di costruire nuovi e robusti avamposti di legalità.

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