Il libro ritrovato. Consiglieri di pagine
29 Gennaio Gen 2013 1445 29 gennaio 2013

A Istanbul Il museo dell'innocenza

di Micaela Morini

Sogno sempre di passeggiare per le vie di Istambul. Non ci sono mai stata, in realtà, se non attraverso le malinconiche pagine dello scrittore turco, premio Nobel, Orhan Pamuk.

Il museo dell'innocenza, pubblicato in Italia nel 2009, è un romanzo in forma di museo, un esperimento senza precedenti, davvero unico.
Quello che Pamuk ha aperto a Istambul è un vero museo: l'innocenza degli oggetti, tutte le cose, migliaia, che ricordano un amore.
Il museo è allestito in una casa ottomana del XIX secolo che Pamuk ha comprato, ristrutturato e fatto dipingere di rosso scuro tra le stradine di Cukurcuma, nel cuore della Istanbul europea, un tempo zona popolare e da qualche anno quartiere latino della città, il preferito da antiquari, intellettuali, artisti e locali alla moda.
Il museo dell'innocenza è un'esposizione di oggetti e ricordi di vita quotidiana: gli stessi oggetti protagonisti del libro.

La storia, ambientata a Istanbul fra gli anni Settanta e Ottanta, racconta la passione che travolge fino a diventare un'ossessione il trentenne Kemal, erede di una ricca famiglia di industriali, folgorato dalla bellezza della diciottenne Füsun, una lontana parente di modesta famiglia, incontrata per caso in un negozio dove fa la commessa.
Questo amore gli cambierà la vita, per sempre.

L'incipit del libro è una frase chiave per comprendere il senso dell'operazione di Pamuk:

Era l'istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto.

Pronunciandola, Kemal sa già che il destino gli ha riservato la sofferenza della perdita.
Füsun diventerà un oggetto del desiderio sempre più inafferrabile, fino a scomparire del tutto.
Per sopravvivere al rimpianto e alla nostalgia, Kemal troverà consolazione nel raccogliere e collezionare oggetti che lo aiutino a ricordare un tempo inesorabilmente perduto.
Cercherà conforto tra gli oggetti, in compagnia di essi, toccandoli, annusandoli: i fermacapelli di Füsun, le spille, i bicchieri in cui lei ha bevuto, i biglietti del cinema e della lotteria, i cagnolini di porcellana, le saliere, le mutandine, l'orecchino perduto dalla ragazza durante il primo incontro amoroso, persino i mozziconi di sigarette che hanno fumato insieme. Gli oggetti che Kemal raccoglie sono descritti nel libro; per otto anni dal 1976 al 1984 continuerà ad accumulare, fino a quando sentirà il desiderio di custodirli in un museo.

E così ha fatto Pamuk. Il suo non è un museo che raccoglie opere d'arte, è invece il museo della vita e del sentimento. Per dieci anni Pamuk ha girato per le vie di Istanbul, tra antiquari, rigattieri, mercatini di quartiere, soffitte di famiglie di amici, per trovare gli oggetti di una storia che appartiene a tutti.

La sovrapposizione della finzione narrativa con la vita dello scrittore è un intreccio che ci tiene teneramente legati al suo libro e ci avvicina a una città, Istanbul, che sta diventando occidentale, ma conserva ancora la purezza e la magia di antichi paesaggi. Una città alla ricerca di se stessa, che riassume la contraddizione di un paese combattuto fra il richiamo della modernità e i valori della tradizione, tra trasgressione e conformismo.

La città di Kemal, di Pamuk, di tutti noi.

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