In medias res
29 Gennaio Gen 2013 1048 29 gennaio 2013

La comunicazione tremenda del silenzio

Nel 1997 ottenni il mio primo lavoro nel mondo dell'editoria con una e-mail.
Erano gli albori di Internet e già maneggiare il client di Italia Online (uno dei pochi provider dell'epoca) e il modem 57.6 non era cosa da tutti; probabilmente anche per questa peculiarità il direttore della rivista mi diede retta e iniziammo a collaborare.
Da lì ebbi la possibilità, con l'esperienza accumulata, di infilare una serie di collaborazioni; si può dire che i frutti di quella prima e-mail io li stia raccogliendo ancora oggi.

Flash forward a oggi.
Spedire e-mail alla ricerca di lavoro e/o collaborazioni di vario tipo è la norma. Chi lo fa di professione (sic) sa che non è più il caso di andare per il sottile. Pochi si possono permettere la pesca d'altura: navigare in acque profonde alla ricerca di grossi esemplari singoli. I più praticano una pesca a strascico, con le reti, sperando che qualcosa vi rimanga impigliato. Fuor di metafora, non è più tempo di proposte singole (come feci io nel 1997), molto meglio giocare sulla quantità e la legge dei grandi numeri.

Non è solo questione di probabilità e di crisi incipiente. E' una questione culturale.
Il mezzo “e-mail” ha raggiunto la propria maturità e ha sostituito tutto il resto; spedire un curriculum per posta risulta, se va bene, naif.
Ed ecco che chi sta “dall'altra parte”, nelle aziende o comunque in istituzioni che si avvalgono di lavoro di qualunque tipo, si ritrova a ricevere tonnellate digitali di proposte.
Il fenomeno, piuttosto naturale in verità, genera diverse conseguenze.

Oltre alla facilità di ricezione, spedizione e consultazione (costo zero e tempo zero), pare ovvio aspettarsi che l'esplosione quantitativa dia vita anche a nuovi atteggiamenti e modi di interpretare un ruolo.
Ricevere una proposta di collaborazione nell'era in cui posso mandarne una prima di finire di scrivere questa riga, con un clic, vuol dire dedicare a quella proposta un'occhiata che ricerchi, subito, un motivo immediato per cestinarla. In caso non la si trovi, nel migliore dei casi, si va nel comparto mentale delle “cose da leggere in futuro” (quindi, spesso, mai); in caso, invece, incredibile, salti all'occhio qualcosa in grado di attivare interesse, potrebbe generarsi un'email di risposta.
Qualche dettaglio in più. Il processo di scansione della mail dura qualcosa come cinque secondi; l'eventuale risposta poche righe, spesso pochissime, mai nel merito di quanto scrive il proponente.

Ciò si genera perchè l'esplosione quantitativa delle proposte via e-mail, la saturazione del canale, non può essere sterile dal punto di vista sociale. In altre parole, non può non dettare nuovi frame cognitivi da cui nascono nuovi atteggiamenti. In questo caso genera quella che io chiamo “sindrome del fortino”.
Noi occupati, impegnatissimi, pieni di responsabilità e assediati da proposte di collaborazioni, stiamo dentro al fortino di cui assicuriamo la sopravvivenza. Voi proponenti, che siete anche un po' barbari (poiché mandate proposte a tutti), volete entrare.
Rispondervi, uno per uno, sarebbe come uscire dal fortino e dedicare a ognuno di voi il tempo di un metaforico duello. Meglio rivolgersi a tutti, contemporaneamente, con un risponditore automatico, una sorta di lancio di olio bollente sugli assedianti...
Ma meglio ancora, meglio di tutto, lasciarvi infrangere sulle mura senza fare nulla. Fuor di metafora, rimanere semplicemente in silenzio, non rispondere.

A prima vista l'intero modello sembrerebbe autoregolarsi e garantire buoni risultati. Il proponente amplia il campione su cui fa ricerca (quindi ha maggiori probabilità di successo), il ricevente, in quei cinque secondi, seleziona. La regola diventa il silenzio; che non sembra più nemmeno un insuccesso, ma la normalità. Il successo è più visto come un fatto probabilistico che come una ricerca di spiriti affini. Un po' cultura del gratta e vinci, un po' trionfo della serializzazione industriale del sempre uguale (crederete mica che tutte quelle lettere siano personalizzate?).

In verità, al di là di considerazioni efficientiste e deliri liberisti, ho la sensazione di trovarmi di fronte a una deriva culturale. Chi spedisce il proprio curriculum a cento aziende ha poco rispetto per sé e per chi sta dall'altra parte; probabilmente perchè, come insegna Maslow, prima di risolvere il bisogno “rispetto” è necessario risolvere quello chiamato “fame”. Chi sta dall'altra parte ha un problema di tempo e una certa facilità a spersonalizzare (e quindi a facilitare) l'indifferenza.

Ma il silenzio (che in questo caso è il vero livello zero della comunicazione in quanto non sono presenti altri sistemi comunicativi, come la mimica facciale, la postura...) è il trattamento peggiore che si può riservare a chi ci fa una proposta, per quanto strampalata possa essere. E' negazione del rapporto, valutazione inespressa e per questo tanto più terribilmente negativa. Le palette dei giudici nemmeno si alzano perchè impegnati a fare altro. Che il giudizio se lo dia il candidato stesso su quanto vede e sente (cioè niente).

Recentemente ho proposto la pubblicazione di un mio libro a centoventi editori (!). Tra questi ce n'erano dieci che consideravo potenzialmente interessati (e interessanti), ma decisi di andare per la quantità.
Il risultato mi ha insegnato una interessante lezione. Due ore dopo il gigantesco invio ricevetti la proposta (con telefonata) di uno dei dieci editori “favoriti”. Nei mesi successivi, con ritardi imbarazzanti, ricevetti le risposte del 30% degli altri, variamente assortite.
Il 70% è rimasto in silenzio, dentro al fortino.

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