Città invisibili
29 Gennaio Gen 2013 0637 29 gennaio 2013

Londra è una smart city. Per quello è la città dei Musei

Londra è una metropoli che ha deciso di fare i conti con sé stessa. Non solo le Olimpiadi. Con il parco olimpico, 13 miliardi di sterline, a Stratford, che ha l’ambizione dichiarata di trasformare una zona della periferia orientale storicamente povera e degradata in un quartiere avveniristico. Un piano anche di rigenerazione urbana e di sostenibilità. Che con un ulteriore investimento di 12 miliardi di sterline, in parte privati e in parte pubblici, adeguerà il parco olimpico alle esigenze della Città.
Opere realizzate e da realizzarsi. E un dibattito molto intenso. Agli inizi del passato dicembre l’ultima edizione della Urban age Conference. Incentrata sull’ “Electric City”. Un esame approfondito di come le forze combinate di innovazione tecnologica e crisi ambientale globale stanno interessando le società urbane. Con Masdar e Songo, i due modelli di smart city, che hanno monopolizzato l’interesse.
Un dibattito che riguarda anche gli spazi museali. Luogo privilegiato di produzione culturale. Oltre che aggregatori sociali. In questo contesto s’inserisce la prossima rinascita del Design Museum. Il contenitore espositivo forte di oltre 3mila oggetti in collezione, dal Novecento ad oggi. Posto subito dopo il Burtler’s Wharfs, i vecchi magazzini portuali trasformati in lussuose abitazioni fronte Tamigi. Un Museo che presto cambierà casa. Entro il 2014, secondo le previsioni. Spostandosi a Kensington High Street, nell’ex Commonwealth Institute. Con un progetto, presentato il 24 gennaio passato, dalla duplice valenza. Non soltanto culturale. Un museo del design di altissimo livello, con gallerie per esposizioni permanenti e temporanee, spazi di ricerca e istruzione e una biblioteca. Ma anche architettonica. Dal momento che il nuovo edificio riutilizza una struttura di Sir Robert Matthews, Johnson-Marshall & Partners (RMJM) del 1962, vincolato e in disuso dal 2001, caratterizzato da una particolare copertura a guscio in calcestruzzo. Dunque una riconversione di un’architettura iconica del ventesimo secolo.
La ristrutturazione prevede il ridisegno degli interni da parte di John Pawson, già autore della vecchia sede sul Butler’s Wharf, e un masterplan con progetto di sviluppo residenziale nel parco circostante firmato Oma. Costo totale, 80 milioni di sterline. Nella sua nuova casa il museo avrà uno spazio tre volte più grande della sua sede attuale. Per un pubblico stimato di 500.000 visitatori l'anno. Proprio per arrivare a questo ambizioso traguardo nel vecchio Museo il 30 gennaio (e fino al 4 gennaio 2015) si aprirà Extraordinary stories about ordinary things. Una mostra nella quale le collezioni saranno visibili a rotazione. Con l’Italia tutt’altro che comprimaria. Grazie al Body di Joe Colombo e al Mezzadro di Achille e Giacomo Castiglioni.
Ma a rendere ancora più valido il progetto, c’è poi la sua posizione topografica. Nel medesimo quartiere nel quale già ci sono il Victoria and Albert Museum, lo Science Museum e il College of Art. Così da rendere chiara la volontà di mettere in piedi una vera e propria cittadella del sapere.
La trasformazione di Stratford, l’Urban Age Conference e il nuovo Museo che nascerà attraverso la rigenerazione di un edificio dismesso sono le proposte che Londra offre a sé stessa. Alla sua geografia urbana. Ma anche al dibattito sulle metropoli del futuro prossimo. Nuovi spazi, certo. Ma in continuità con il passato. Interventi legati tra loro, in un’idea condivisa. Perciò “funziona”.

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