Umberto Cherubini
Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenza
30 Gennaio Gen 2013 2310 30 gennaio 2013

Cos’hanno in comune i casi MPS e CONSOB? La paura dei numeri

La sai l’ultima? “L’indicazione di probabilità quantitative può dare all’investitore un’ingannevole impressione di certezza”. Cos’è? Una vecchia barzelletta? No, lo afferma Vegas al termine di un’intervista al Messaggero sul ruolo della CONSOB nel caso MPS. In questo modo ci fornisce una nuova chiave di lettura del caso. Il problema è la politica nell’economia? No, forse il problema è l’incompetenza nell’economia. L’incompetenza ai posti di comando. Che sia questo un elemento comune tra CONSOB e MPS? Senz’altro, è comune ai due casi il sospetto e il disprezzo per gli strumenti quantitativi, senza capire che questo è disprezzo per la trasparenza.

Sulla frase di Vegas c’è poco da dire. Se ti si presenta uno studente e ti dice anche solo il termine “probabilità quantitativa” tu gli chiedi: e la probabilità non quantitativa com'è? Intende giudizi del tipo: acqua, fuochino, fuoco? Poi, il fatto che la probabilità dia la sensazione di certezza…Come dire che il sonno dà la sensazione di veglia. Non è il caso di andare oltre nel merito della questione. Ma il fatto che queste parole, senza senso, vengano da un presidente di CONSOB di provenienza politica, come le scelte fatte da MPS, senza senso anch’esse, siano venute da un CDA politico, consente di tracciare un parallelo tra i due casi, per quanto riguarda gli aspetti organizzativi e forse (il forse riguarda solo MPS) anche per il sospetto dei vertici verso le metodologie quantitative.

In dicembre ho avuto sotto le mani dei documenti su Santorini, sui quali mi aveva chiesto un parere la giornalista di Bloomberg che ha fatto il primo scoop su MPS. Ricordo che la cosa che più mi colpì non fu tanto il derivato. Il derivato era strano solo per una sorta di “spoletta” che lo innescava e che a dicembre del 2008 consentiva di determinare i termini del contratto (e che probabilmente serviva a realizzarne la natura di abbellimento contabile). Per il resto, il contratto era una normale credit-linked-note sui BTP, cioè un investimento sintetico sui titoli governativi italiani. Credeteci o no, la prima domanda che mi venne in mente fu: ma perché BTP? Tu hai 25 miliardi di BTP in portafoglio e quando ristrutturi un derivato lo trasformi in un ulteriore investimento di 1 miliardo e mezzo in BTP? E’ come uno che ha in corpo un’intera bistecca alla fiorentina, e ti dice: e ora, mi faccio una bella scatoletta di symmenthal. Insomma, è possibile che nel CDA di MPS nessuno abbia preso la parola e detto: “minchia, ancora BTP?”.

E questo ci porta a un’altra domanda. Il CDA non aveva a disposizione strumenti quantitativi per una valutazione di operazioni di questo tipo, nel loro prezzo, nel grado di rischio e nell’impatto che avrebbero avuto sul resto del portafoglio? Su questo ho informazione privata e privilegiata. Il personale del Monte dei Paschi che si occupa di analisi quantitative (i quant, come si dice), è di qualità eccellente. E anche il servizio di audit interno, come ha documentato Lorenzo Dilena, aveva sollevato obbiezioni sulle operazioni. E allora, i quant, i risk-manager e gli auditor c’erano, ed erano di prima qualità. Perché non hanno funzionato? Quello che fa la differenza, è leggere nella ricostruzione fatta da Bloomberg News, che “Deutsche Bank’s Global Markets Risk Assessment Committee approved the transaction”. E’ successo lo stesso da parte di Monte dei Paschi di Siena? I quantitativi hanno detto la loro e approvato, o sono stati tenuti chiusi in cantina, per paura di sporcare il salotto?

E nella CONSOB cosa succede? Un po’ lo stesso. L’ufficio analisi quantitative, che dovrebbe essere uno dei sensi, il principale, con cui la commissione analizza la realtà e prende le decisioni, è stato messo a disposizione della divisione mercati. Perché? Alla divisione emittenti non serve? Uno che emette un Altipiano con un caricamento del 10% deve essere messo al riparo dall’analisi quantitativa? Pare di sì. E’ la solita malattia: paura dei numeri. E anche l’ufficio analisi quantitative della CONSOB ha iniziato la sua discesa all’Ade. La novità è che sembra che la paura dei numeri stavolta non sia dei risparmiatori, ma proprio di Vegas. Infatti, in questo caso il tema è l’intervento dell’ufficio analisi quantitative nell’analisi dei titoli MPS per garantire la qualità dei dati di bilancio.

Concludendo, il problema è che abbiamo un paese con schiere di cosiddetti “tecnici” che sono affetti da paura dei numeri. E’ come se i chirurghi avessero paura della vista del sangue. E’ un problema serio. Restano due domande. La prima è quanti siano i CDA di banche e intermediari finanziari in cui non ci sia neppure un tecnico vero, cioè uno in grado almeno di smontare un prodotto finanziario nel suo portafoglio di replica e dire se corrisponde a una posizione lunga o corta nel sottostante, nella volatilità e nella correlazione. La seconda domanda riguarda il ruolo della politica: è solo colpa della politica? Rispondere sì è troppo semplice e assolutorio. Senz’altro, la nostra politica è invasiva e debordante, e trasforma politici in tecnici, tecnici in comici, comici in politici. Ma probabilmente c’è di più. C’è la tendenza a vedere i mercati finanziari con un occhio alla volta e a considerarli riserva di caccia della propria formazione culturale: di tipo giuridico, economico, aziendale, matematico. E non è un caso che in università non esista (e non esisterà mai) un unico gruppo di discipline chiamato: “finanza”.

E così, Vegas può considerarsi in buona fede un “tecnico” e uscire con battute che per i tecnici veri sono comiche. E può chiamare folli noi, i sessanta accademici e esponenti delle associazioni dei consumatori, che si sono schierati a favore degli scenari di probabilità e della trasparenza. Noi siamo persone di spirito, e stiamo al gioco. Bene, vada sulla luna e ci riporti il senno: ci troverà solo il suo.

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