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31 Gennaio Gen 2013 1047 31 gennaio 2013

Ripensare la macroeconomia: alla ricerca di un nuovo consenso

Dallo scoppio della crisi finanziaria globale, avvenuto ormai oltre cinque anni fa, la scienza economica e i policy maker sono sotto accusa per non averne previsto la portata, né per essere stati in grado di arginarne gli effetti. Una riflessione critica di alcuni aspetti dell’analisi macroeconomica, dei mercati finanziari e della regolamentazione è in atto da tempo, ma il dibattito accademico è ancora lontano da una conclusione e un nuovo consenso non è ancora emerso, così che le istituzioni nazionali e internazionali si trovano a dover operare in un contesto e in scenari economici caratterizzati da estrema incertezza.

L’analisi economica, sia all’interno dell’accademia sia tra i policy maker, ha generalmente seguito il corso degli eventi. Gli economisti hanno dapprima analizzato il ruolo dello shadow banking system, che ha rivestito un ruolo di primo piano nella crisi dei mutui subprime, per poi rivolgere le loro attenzioni agli squilibri macroeconomici internazionali, alla base della trasformazione della crisi finanziaria statunitense in una crisi globale. Infine, la discussione si è ora spostata sulla sostenibilità dell’eurozona e sugli effetti delle politiche di austerità.

Un recente libro curato da Olivier Blanchard, David Romer, Michael Spence and Joseph Stiglitz (In the Wake of the Crisis, MIT Press) propone un’agenda di temi sulla base dei quali iniziare una profonda riflessione critica che arrivi a proporre nuovi paradigmi per poter affrontare le sfide che la crisi pone. Il libro riunisce una serie di brevi saggi scritti da autorevoli economisti e policy maker in occasione di una conferenza, organizzata dal Fondo Monetario Internazionale nel Marzo del 2011, sulle politiche macroeconomiche e per la crescita da mettere in atto durante la crisi. I contributi sono organizzati attorno a sei temi fondamentali, che la crisi globale ha posto fortemente in discussione:

  1. Politiche monetarie non convenzionali quando i tassi d’interesse nominali sono prossimi a zero e in presenza di forti squilibri fiscali.
  2. Il disegno di regole fiscali per garantire la sostenibilità del debito pubblico nel lungo periodo e la politica fiscale in risposta alla crisi: stimolo o austerità?
  3. Controlli di capitale e politiche macroprudenziali per gestire i rischi globali derivanti dai movimenti di capitale.
  4. Il disegno di strategie di crescita innovative e sostenibili per far ripartire la crescita nei paesi avanzati e favorire il processo di convergenza delle economie emergenti e in via di sviluppo.
  5. La riforma del sistema monetario internazionale al fine di creare una nuova architettura (basata sul dollaro o su un paniere di valute) che attenui gli squilibri globali e fornisca liquidità in maniera efficiente.

Uno dei punti di forza del libro è la capacità di riunire quasi tutte le tematiche di maggiore rilevanza. Questa scelta, unita al fatto che la crisi è ancora in atto, preclude, ovviamente, la possibilità di fornire tutte le risposte ai tanti interrogativi. Citando il capo economista del Fondo Monetario, Olivier Blanchard, la conferenza (e quindi il libro) “was the beginning of a conversation and an exploration.” Con questo atteggiamento credo sia corretto fornire una valutazione dei contenuti del volume.

Innanzitutto, l’ampiezza dei contenuti non permette una recensione completa del libro, a meno di non essere molto superficiali. Mi concentrerò quindi su alcuni aspetti della politica fiscale. La motivazione di questa scelta è duplice. In primo luogo, debiti pubblici in forte crescita e la scelta tra politiche di austerità e nuovi stimoli espansivi sono temi al centro del dibattito economico e politico sia negli Stati Uniti, sia in Europa. In secondo luogo, la letteratura economica sull’entità del moltiplicatore fiscale fornisce risultati contrastanti, che richiedono un ulteriore sforzo analitico.

La stima del moltiplicatore fiscale è di fondamentale importanza per prevedere gli effetti della politica fiscale, sia essa espansiva o restrittiva. In particolare, le misure di austerità imposte in Europa ai paesi periferici si basano sull’ipotesi che il moltiplicatore sia molto basso, al punto che, sotto certe condizioni, alcuni arrivano ad argomentare che l’austerità possa essere espansiva. A questo proposito, è quanto mai di attualità un recente lavoro del Fondo Monetario, firmato proprio da Olivier Blanchard (e da Daniel Leigh), in cui si riconosce come il moltiplicatore sia in realtà ben maggiore di quello ipotizzato nei modelli macroeconomici utilizzati per valutare le conseguenze della politica fiscale. Nel sesto capitolo, David Romer afferma, sulla base di alcune evidenze recenti, che gli episodi di consolidamento fiscale non possono essere espansivi. Se il moltiplicatore fiscale è sufficientemente grande, i benefici attesi del consolidamento, in termini di maggiori consumi (dovuti ad attese di una futura minore imposizione fiscale) e minori costi di finanziamento, sono più che compensati dalla contrazione della produzione aggregata, dovuta alla maggiore tassazione e/o alla minore spesa pubblica. Tuttavia, Robert Solow sottolinea come le stime del moltiplicatore varino considerevolmente e dipendano dal ciclo economico e da fattori specifici che variano da paese a paese. Questa considerazione, confermata da molti studi recenti, mette in luce come gli effetti del consolidamento fiscale possano essere più o meno recessivi a seconda dello stato dell’economia, e in particolare del livello del debito pubblico, del regime di tasso di cambio, del grado di integrazione commerciale. Dal libro emerge che la crisi finanziaria ha confermato l’assenza di soluzioni globali e la necessità di sviluppare politiche fiscali sulla base delle specifiche caratteristiche nazionali.

Sebbene la popolarità delle politiche di austerità si sia fortemente ridotta, la discussione sulla possibilità che tagli della spesa pubblica abbiano effetti espansivi non può dirsi risolta. Maggiore ricerca è necessaria per comprendere quale sia il timing migliore per compiere l’aggiustamento e quale ne sia la composizione più efficiente, in termini di maggiori tasse o minori spese. Ciò di cui i policy maker hanno bisogno sono maggiori informazioni su quali voci di spesa o su quali tasse sia più efficiente intervenire. L’analisi delle politiche fiscali messe in atto nel Regno Unito e in India durante la crisi (capitolo 5) è particolarmente istruttiva: altre analisi a livello paese possono fornire utili indicazioni sulle politiche fiscali da implementare in periodi recessivi.

Più in generale, le ragioni che giustificherebbero politiche di austerità dovrebbero essere comprese con chiarezza. Si dice spesso che alti livelli di debito pubblico rallentino la crescita economica. Questa relazione causale, tuttavia, non è robusta. Al tempo stesso, un debito crescente potrebbe non essere sostenibile. Tassi d’interesse crescenti, incertezza e impossibilità di effettuare politiche fiscali anti-cicliche potrebbero minare la solidità dell’economia e la capacità di fronteggiare una crisi, come sottolinea correttamente David Romer. In altre parole, la sostenibilità e la credibilità della politica fiscale potrebbero essere più importanti del rapporto debito-PIL per la crescita economica.

Il dibattito sull’efficacia della politica fiscale si estende naturalmente a un tema più generale. Spesa pubblica fuori controllo e debito pubblico in rapida ascesa sono spesso indicati come una delle cause della crisi europea, mentre negli Stati Uniti il dibattito verte sulle strategie da seguire per ridurre gli squilibri fiscali ed evitare il fiscal cliff. Tuttavia, non si deve dimenticare che l’incremento dei debiti pubblici è il risultato di fallimenti dei mercati finanziari e che, nel caso dell’eurozona, i crescenti squilibri esterni tra paesi in surplus e paesi in deficit è un ulteriore elemento che ha innescato la crisi. Inoltre, la crescita economica è un fattore fondamentale per permettere ai paesi molto indebitati di ridurre il rapporto debito/PIL. Le sezioni 3 e 5 del libro affrontano, rispettivamente, le proposte di riforma del settore finanziario e le strategie di crescita. Poiché la conferenza è stata organizzata quando la crisi europea non si era ancora manifestata in tutta la sua gravità, la sostenibilità di una moneta unica in presenza di ampi e persistenti squilibri di bilancia dei pagamenti, invece, non è discussa.

Il maggior contributo di questa collezione di saggi consiste nell’indicazione chiara e puntuale dei maggiori temi con cui la macroeconomia deve confrontarsi nei prossimi anni. La lettura del libro, pur non fornendo soluzioni immediate – e questo non è, infatti, l’obiettivo che il libro si prefigge – consegna una ricca agenda politico-economica da discutere ed esplorare. Non si tratta di un nuovo nuovo Washington Consensus. Piuttosto, sarebbe fondamentale che la discussione fosse la più aperta possibile alle voci delle economie emergenti e dei paesi in via di sviluppo. Alcuni dei saggi, come ad esempio quello di Dani Rodrik sul cambiamento strutturale e sulle politiche industriali, così come alcuni lavori recenti del Fondo Monetario sui controlli sui movimenti di capitale, suggeriscono che questo possa essere il nuovo orientamento e che la vecchia ortodossia del Fondo Monetario sia una “barbara reliquia”.

In periodi durante i quali la realtà e il policy making procedono più velocemente della ricerca economica, un’ampia agenda come quella proposta da questo libro può costituire un’utile guida. Alcuni problemi, sebbene temporaneamente accantonati per l’urgenza di altri, non sono stati ancora risolti. Il dibattito sulla riforma del sistema monetario internazionale, affrontato all’interno dell’ultima sezione del libro, è un buon esempio. Gli squilibri globali e quelli di conto corrente tra Stati Uniti e Cina hanno contribuito a portare il dibattito sulla riforma dell’architettura monetaria internazionale tra le priorità delle istituzioni internazionali tra il 2010 e il 2011. La crisi dell’eurozona e il dibattito sul ruolo dello Stato durante la scorsa campagna elettorale statunitense hanno poi orientato il dibattito sugli squilibri regionali e sulla politica fiscale. Tuttavia, le riforma del sistema monetario internazionale rimane un problema aperto e la crisi dell’euro contribuisce ulteriormente all’incertezza circa il ruolo del dollaro come valuta di riserva dominante. Le strategie per sostenere il processo di sviluppo e convergenza delle economie emergenti sono un altro tema di policy nazionale che in un mondo altamente globalizzato tende a essere ignorato.

Se dovessi indicare un tema non affrontato nel libro, direi che l’agenda potrebbe essere più “inclusiva” (usando un termine molto di moda nelle istituzioni internazionali) se tenesse esplicitamente conto anche delle sfide che i paesi poveri devono affrontare nel corso dei prossimi anni. La lenta transizione verso un’economia manifatturiera, la forte dipendenza dal ciclo economico delle economie avanzate, l’elevata vulnerabilità alla volatilità dei prezzi delle materie prime, la flessione dei flussi di aiuti internazionali e l’esaurimento delle risorse naturali richiedono un maggiore sforzo da parte sia della comunità scientifica, sia delle istituzioni internazionali.

Alcuni dei saggi più provocatori madel libro certamente avvieranno un acceso dibattito. Al tempo stesso, non tutte le raccomandazioni, né tutte le idee saranno condivise tra economisti e operatori. Non credo però che sia necessario raggiungere un consenso unanime sulla direzione verso cui un nuovo paradigma macroeconomico dovrebbe guardare. Ciò che è realmente necessario per orientare efficacemente la politica economica in tempi di crisi, invece, è una discussione che sia il più possibile aperta, intellettualmente onesta e basata su solide evidenze empiriche. Questo libro, a mio avviso, contribuisce al meglio a svolgere questo compito.

Andrea F. Presbitero

Pubblicato originariamente su L'Indice dei libri del mese. Una versione in inglese di questo articolo è stata pubblicata originariamente su: Journal of Economics, Vol. 107, No. 3, pp. 287-290.

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