Una figlia come te
1 Febbraio Feb 2013 0823 01 febbraio 2013

Cordone ombelicale e cellule staminali: opportunità o business?

È una delle prime decisioni che un “quasi-genitore” si trova ad affrontare: la conservazione del cordone ombelicale per l’isolamento delle cellule staminali a scopo terapeutico. Una scelta costosa, fino a cinquemila euro, che rischia di essere soprattutto emotiva: perché la promessa, come si legge nelle brochure, è quella di conservare le cellule per “proteggere la salute del bambino e di altri componenti della famiglia”. Ma è davvero così semplice?

“Il sangue contenuto nel cordone ombelicale è circa 50-60 ml e contiene tra uno e due milioni di cellule cosiddette staminali, sufficienti a curare un bambino che pesa fino a 10 chili”, ci spiega Maurilio Sampaolesi, ricercatore e professore associato nel dipartimento di embriologia e rigenerazione dell’università belga di Lovanio. Per un trattamento, infatti, occorrono circa 150.000 cellule per ogni chilo di peso corporeo e dopo i primi anni di vita un solo cordone non è sufficiente per le cure di una persona, figurarsi dell’intera famiglia. “In quel caso bisogna unire cellule da almeno due o più cordoni, oppure utilizzare staminali isolate da midollo osseo o da sangue periferico”.

Ma non è solo una questione di quantità. “Le staminali del cordone ombelicale presentano gli stessi difetti genetici del donatore e quindi non possono essere usate per trattare malattie genetiche, a meno che non si intervenga con la manipolazione – prosegue Sampaolesi – Fino ad oggi quelle isolate da cordone ombelicale sono state usate in pochi casi, circa 20 mila trapianti in tutto il mondo e per trattare esclusivamente patologie del sangue, leucemie in genere”. Certo se ne sta studiando l’applicazione per il diabete di tipo 1, il cancro o la paralisi cerebrale infantile: ricerche che devono poter contare su cellule conservate in precedenza e facilmente accessibili. “Ma non c’è ancora nessun protocollo conosciuto in cui vengono utilizzate staminali da cordone, quindi prima di pagare ricordiamoci che la ricerca ha bisogno di tempo: ad esempio i primi esperimenti con le cellule staminali isolate dal midollo osseo risalgono a circa 50 anni prima del trattamento dei pazienti”.

E per quanto riguarda la conservazione? “Generalmente si utilizza l'azoto liquido, che a una temperatura di circa -180 gradi centigradi può mantenerle per decenni. Durante lo scongelamento però almeno un 10-20 % di cellule muore, percentuale che sale fino al 100% se si verificano guasti alle apparecchiature. Infine bisogna vedere se in caso di necessità le cellule, anche ben mantenute, saranno accettate dal centro trasfusionale”.

Conservare le staminali dal cordone costa oggi dai duemila euro in su. Un “prezzo congruo” da un punto di vista scientifico – è semplice prelevare le cellule dal sangue del cordone ma assai più complicato separare le staminali dalle altre – e anche un business, riservato alle banche del sangue cordonale. Queste strutture sono vietate in Italia, con alcune eccezioni, da un’ordinanza del 2002 che però non impedisce di conservare i campioni a proprie spese all’estero. Per questo ogni anno molti genitori decidono di pagare per spedire le cellule staminali ricavate dal cordone ombelicale in paesi tra cui Germania, Belgio, Stati Uniti, Svizzera e nella vicina Repubblica di San Marino. In alcuni casi le banche offrono addirittura l’hotel alle coppie che desiderano visitare i laboratori.

In Francia la costituzione di banche commerciali private è vietata, e anche in Spagna e Giappone i comitati etici hanno dato parere negativo. Si preferisce promuovere la donazione che in Italia, invece, è ancora poco diffusa e spesso fa finire i cordoni, una grande risorsa per la ricerca scientifica, nel cassonetto dei rifiuti speciali. “Ma io credo ancora nell'uomo o almeno in quella minoranza di uomini e donne che fanno e hanno sempre fatto la differenza – conclude Sampaolesi – E spero che il fanciullino che è in loro guidi la loro mano affinché raccolga quel cordone dimenticato per portarlo magari in un centro di ricerca”. Un gesto assai più generoso, e utile, con cui celebrare l'arrivo di una nuova vita.

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