Non sopporto le critiche!
1 Febbraio Feb 2013 1533 01 febbraio 2013

Il Signore del Venerdì: il taglio di capelli

L’umanità si divide in due grandi categorie: gli esseri umani che tagliano i capelli a cadenze temporali regolari, precisi come un orologio svizzero; gli esseri umani che vivono il taglio di capelli come un dramma interiore degno di Madame Bovary.
Nella prima categoria rientrano quasi tutti gli uomini sopra i trent’anni. È sempre la moglie/fidanzata/mamma che decide. “Non credi sia ora di tagliare i capelli?”. Affermazione che rientra nel novero delle domande sibilline al femminile, la cui apoteosi si staglia netta nel “fai come vuoi” a chiusura di una discussione.
Il barbiere, in questi casi, è sempre lo stesso da quando si ha memoria di essere andati a tagliare i capelli da soli, ossia da quando è finito il metodo scodella utilizzato da ogni madre.
La bottega è rimasta immutata fin dal giorno dell’apertura, così come l’attrezzatura: poltrona nera tanto comoda, ragazzino di età da sfruttamento minorile sempre con una scopa in mano, i calzoni corti e l’aria da Oliver Twist. Anche il rito dell’uomo che va a tagliare i capelli è rimasto immutato: ingresso, saluto, tovaglia sulle spalle con aromi di soppressa, macchinetta, taglio netto, grazie e arrivederci. Tempo medio: sette minuti. Parole medie intercorse: sedici, di cui quattro per i saluti. Spesa media: dodici euro.
Nella seconda categoria, invece, rientrano le donne dai sette anni alla tomba.
Il taglio di capelli accompagna la vita della donna per tutta la vita, in un rapporto di amore/odio verso la propria testa che può far sbalzare l’umore dal livello Paradiso, quando il parrucchiere vi ha appena messo le mani, al livello Ecatombe, in una giornata di pioggia senza ombrello.
La cadenza media annuale di un taglio di capelli femminile è tendenzialmente basso, circa quattro cinque volte all’anno, considerato che i capelli lunghi bisogna tagliarli meno.
Pare, tuttavia, che quest’ultima affermazione sia una delle leggende metropolitane più insite nell’animo di ogni uomo.
La donna media trova modo di andare dal parrucchiere, oltre che per tagliare i capelli quando sono troppo lunghi, per tutta una serie di motivi che alla prima categoria rimarranno sempre oscuri: durante ogni festività; per la permanente; per una messa in piega; per spuntarli di 0,8 micron; per un effetto luce; per una messa in piega; prima di un matrimonio; prima di una cena a casa di un’amica; perché ieri ha piovuto; perché è l’Europa che ce lo chiede.
Il rito è chiaramente diverso da quello che caratterizza la categoria dell’over trenta di sesso maschile.
Il taglio di capelli, di fatto, è l’ultima delle cose che verranno tenute in considerazione.
Il tempo medio trascorso sfiorerà i due giorni e mezzo. Spesso, infatti, uomini basiti salutano la moglie che va a tagliare i capelli portando con sé un trolley e una cassa di mele.
Le parole medie intercorse tra la cliente, la parrucchiera, le altre clienti, la cassiera, la shampista, la vecchia che passa le giornate nel salone e l’inquilina del piano di sopra che alle cinque scende con tè e biscotti, sfiorano di norma i dialoghi della trilogia del Signore degli Anelli.
Il prezzo medio, infine, va da una base di 650 euro a punte di 83.200, quando “lo shampoo è quello che usano nei saloni di Hollywood”.
In ogni caso, in questa divisione del mondo in due categorie, ci sarà sempre un dogma: l’essere umano rientrante nella prima categoria non capirà mai nulla circa il mondo che ruota intorno ad un taglio di capelli, dovendosi rassegnare, pertanto, al rango di “inutilità contestuale”.
Fino a quando, ahilui, una volta che la sua bella se ne è tornata a casa raggiante da questo momento di idillio al femminile, il tapino non ha la disgraziata idea di non accorgersi di quei 6 millimetri in meno dalla parte destra e di quella tonalità di marrone in più fisicamente non distinguibile dall’occhio umano.

Anche se nessuno ti ama, troverai sempre qualcuno disposto a tagliarti i capelli” (Anna Bellingheri)

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