Gianluca Melillo
ItaliAmo
1 Febbraio Feb 2013 0859 01 febbraio 2013

Non tutti i nostri cervelli fuggono all'estero, la maggior parte scappa dall'università

Il Consiglio Universitario Nazionale ieri ha reso noti dei dati allarmanti circa lo stato di salute delle nostre Università.

In dieci anni gli immatricolati sono scesi da 338.482 (2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%).

Come se in un decennio fosse scomparso un ateneo come la Statale di Milano.

Il calo delle immatricolazioni riguarda tutto il territorio e la gran parte degli atenei.

Ai 19enni, il cui numero è rimasto stabile negli ultimi 5 anni, la laurea interessa sempre meno: le iscrizioni sono calate del 4% in tre anni: dal 51% nel 2007-2008 al 47% nel 2010-2011.

Il quadro è sconfortante, ma fa riflettere specie se lo analizziamo alla luce delle tante storie di vita dei nostri studenti. Come quella di un'ex ricercatrice, che dopo tre anni di dottorato in medicina molecolare e quattro anni di borse di studio, ha lasciato la carriera universitaria realizzando che avrebbe avuto più stabilità economica vendendo panini al chiosco della famiglia.

Ma in Italia, la laurea serve oppure no? Questo è il primo dato a cui dare risposta.

A mio parere, viste anche le motivazioni che spingono i giovani ad intraprendere il percorso universitario, la stragrande maggioranza lo fa per avere un "pezzo di carta" utile ad accedere ai ruoli della Pubblica Amministrazione, credo che francamente non sia poi così utile.

Inoltre gli Atenei, pubblici, italiani sono assolutamente indietro sia in didattica che in infrastrutture, ed a costi decisamente più elevati rispetto la media degli standard continentali.

Ma tornando all'utilità dell'Università, ovviamente incide anche una crisi globale, più che italiana. Che però non giustifica i numeri da "esodo" di cui stiamo parlando.

Probabilmente la crisi, quella vera, che incide da sempre sui nostri studenti, è la mancanza, questa si tutta italiana, di meritocrazia nella ricerca di risorse umane da parte del mondo di lavoro.

In Italia, da sempre, conta più la "raccomandazione" che i titoli accademici.

Quanto poi a laureati, il Belpaese è largamente al di sotto della media Ocse: 34esimo posto su 36 Paesi.

Solo il 19% dei 30-34enni ha una laurea, contro una media europea del 30%. Il 33,6% degli iscritti, infine, è fuori corso mentre il 17,3% non fa esami.

Certo va poi considerato che NESSUNO dei nostri Governi ha mai davvero messo mano sulla questione Università, in tanti hanno tagliato ma MAI è stato realizzato un piano economico, oltre che politico, di rilancio del sistema universitario nazionale.

Da un lato per cui le Università italiche non sono competitive, anche per problemi di "disinteresse politico", da un altro i nostri giovani hanno la consapevolezza dell'inutilità della laurea a fini lavorativi. E questo anche per la mancanza di quel valore al merito, che invece dovrebbe essere la chiave di volta per spalancare le porte del paradiso. Quello del lavoro, ovviamente.

Che fare allora?

Personalmente non ho tutte le soluzioni, ma due proposte si.

La prima quella di realizzare un piano, almeno quinquiennale, di investimenti, e di rilancio, dell'Università pubblica.

La seconda, invece, determinante anche per cambiare l'immagine dell'utilità solo concorsuale della laurea, è quella di eliminare il valore legale del titolo di studio. Una vera e propria zavorra che affossa il merito, omologando tutti gli studenti. Rendendo ogni laureato mediocre.

Pertanto, in definitiva, per contrastare la fuga dei cervelli dalle nostre università, dovremmo riportare al centro del dibattito innanzitutto il merito.

Dobbiamo contrastare il fenomeno della "raccomandazione" e quella mentalità che ci porta a pensare che "tanto non cambierà mai nulla".


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