Marta Calcagno
Blog Notes di Marta
5 Febbraio Feb 2013 1621 05 febbraio 2013

Bob Wilson al Franco Parenti e la sua indimenticabile lezione di accettazione, ascolto, lentezza

Quando il teatro è studio, prima che esibizione. Quando è filosofia, prima di spettacolo. Quando il corpo è un soggetto che comunica in ogni sua parte, non un mezzo di espressione. Ecco il vero teatro. Ed ecco il vero attore. Ecco quindi Bob Wilson, che ieri, lunedì 4 febbraio, ha tenuto al Teatro Franco Parenti a Milano una lezione-conferenza su se stesso, ovvero sulla sua concezione dello spettacolo e dell'arte. Perchè sono inscindibili, Bob Wilson e lo spettacolo, ma non certo per manie di grandezza, ovvio: fin da quando, giovane texano di Waco, guarisce dalla balbuzie grazie all'aiuto dlla signorina Byrd ("Baby") Hoffman, la maestra di danza della cittadina, che gli insegna piano piano a credere in se stesso e a sciogliere la sua tensione attraverso il movimento, ecco, già d'allora per Wilson lo spettacolo è tutt'altro dall'intrattenimento. Da Waco, dove ha le prime esperienze di teatro con bambini e disabili mentali, poi Bob Wilson vola a New York e conosce il mondo, ciò che in Texas non arrivava: lo spettacolo, dell'arte contemporanea. E rimane affascinato da Martha Graham, Merce Cunningham, Arwin Nikolais: danzando muovevano ogni parte del corpo, ed esprimevano molto più di quanto un discorso logico potrebbe. I due mondi, quello sensibile di Brook e quello di ricerca dell'arte contemporanea, si avvicinano e formano la poetica di un artista che unisce profondamente la sua visione interiore di attenzione all'altro, con l'arte del movimento, la danza.

E Wilson, ieri sera, commuoveva già solo per come riusciva a spostarsi sul palco: ogni minimo gesto, ogni spostamento aveva una ferma capacità di controllo e una totale libertà d'espressione. "Io mi esibisco per fare domande-diceva-. Bisogna imparare ad ascoltarsi con il proprio corpo. Il modo in cui percepisco lo spazio crea la mia identità". E il pensiero corre subito alla Byrd Hoffman Foundation (1969), il gruppo da lui composto a New York nel suo loft in Spring Street. Ne facevano parte individui completamente diversi, da artisti, a studenti di danza o di teatro, fino a persone con problemi fisici, e medici. Per Brook conta il tipo di movimento che ogni persona, diversa, riesce a fare. A prescindere dalle sue abilità motorie o meno: conta che il soggetto si ascolti, si concentri e impari a conoscersi, ma ogni movimento ha un valore in sè perchè viene da quella persona, quell'identità. Non c'è un movimento assoluto, canonizzato, standarizzato. Ecco perchè in "A letter for Queen Victoria", Wilson decide di lavorare con un ragazzino autistico: il suo modo di parlare, scoordinato e scomposto, per Wilson era vicino alle "parole in libertà" dei Futuristi, e non era un ostacolo per l'opera, anzi, diventava una risorsa.

Ieri sera Wilson non si è autocitato: ha raccontato della sua esperienza con scuole per portatori di handicap e bambini affetti da problemi fisici, ma solo in determinati momenti. Ha parlato, invece, in modo più esterno della sua personale concezione del movimento, come dell'importanza della lentezza. Insomma, della filosofia che ha mosso finora la sua profonda idea del teatro: "le cose non hanno mai un solo punto di vista. Ogni cosa può essere fatta in infiniti modi diversi, e ha mille significati e sensi, non uno solo. Bisogna imparare ad ascoltarsi, a parlare la propria lingua utilizzando il proprio corpo".

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