Simone Paoli
Actarus
6 Febbraio Feb 2013 2101 06 febbraio 2013

Riusciamo a fare Politica senza mandarci a quel paese?

In questi giorni di piena campagna elettorale, su Twitter e in ufficio, al bar od orecchiando per strada le conversazioni tra la gente, noto che, come sempre, le discussioni politiche sono affrontate con garbo, educazione e distacco. Sono sicuro che anche nella vostra esperienza quotidiana, il rispetto e l’apertura verso il prossimo dilagano. Ma siamo sicuri che siamo peggiorati rispetto al passato? Secondo me sì e no. E per spiegarmi, facciamo insieme due passi indietro nel tempo.

Il primo è un aneddoto personale. Torniamo al 94: ai tempi della discesa in campo del Berlusconi I vs la gioiosa macchina da guerra ero rappresentante d’Istituto, e curavo il meraviglioso giornalino del mio Liceo. Organizzai anche una bella assemblea con i due candidati di PDS e FI del nostro collegio (si votava col Mattarellum, bei tempi quelli), e già per questo ricevetti una quantità di "complimenti", rigorosamente bipartisan, che mi colpì, dato che eravamo un tranquillo Liceo della provincia di Treviso, e non certo uno di quegli Istituti di grandi città in cui la politica è già un fattore. Scrissi poi un commento sul sorprendente (per l’epoca, era la prima volta ed eravamo quasi tutti puri ed ingenui) esito di quelle elezioni. In sintesi espressi l’opinione che nonostante tutti i dubbi possibili, andava rispettato il voto degli Italiani e giudicato il vincitore sulla base di quel che avrebbe poi realizzato. Insomma, nulla di particolare, oserei dire una banalità. Commenti: mia zia non mi parlò per giorni pensando di avere un nipote comunista; la mia prof d’Italiano si complimentò (molto ironicamente) per il mio articolo così smaccatamente filoberlusconiano; altri rappresentanti mi diedero del democristiano (esistevano ancora, seppur in via di estinzione) di m…. Vi lascio col dubbio di chi votai.

Il secondo passo porta più indietro, ai tempi di Peppone e Don Camillo e della fondazione della Repubblica Italiana. Prendiamo la prima campagna elettorale, quella del 1948, dove volarono parole spesso grosse. Mi viene in aiuto questo articolo, vi consiglio di farvi un’idea con i cartelloni.

I film di Cervi e Fernandel in realtà, ci tramandano in maniera abbastanza realistica il sentimento di quegli anni, quel misto di paura e rispetto che era dato probabilmente dal sentirsi in ogni caso sulla stessa barca. Certo altri uomini e altri tempi. E certamente nel romanzare gli aspetti peggiori venivano edulcorati dalla narrazione di Guareschi, ma basta fare due chiacchiere con i nostri nonni (per chi li ha ancora) per capire che le discussioni erano “abbastanza” animate, ecco.

E’ quindi impossibile discutere di politica in Italia senza dare del coglione (cit) a chi non la pensa come noi? Senza perdere il controllo e scadere nell’insulto? Non abbiamo altri modi di comunicare? O ci divertiamo troppo in questo modo?

La politica è indubbiamente passione. Ed ogni tanto trovi il provocatore, o anche solo la tensione fa perdere le staffe. Ma non è questo ovviamente il punto. Quello che ormai ci contraddistingue è il senso di superiorità “morale” verso chi non la pensa come noi. Ed è profondamente errato. Ma anche profondamente diffuso, sia ad alti livelli, sia nella base dei partiti e movimenti.

Peccato, perché in realtà ci sarà sempre più bisogno di tutti e di trovare soluzioni condivise per uscire dal buco in cui ci siamo cacciati. E darsi continuamente del pirla a vicenda non è il modo migliore per farlo.

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