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8 Febbraio Feb 2013 1513 08 febbraio 2013

La generazione sazia non va all'Università!

Dopo la generazione invisibile, arriva la generazione sazia. La nuova trovata degli adulti per definire un adolescente sfaticato. Ebbene si, sembra che dietro tutto l’impegno profuso dai genitori per trovare un posto nella società, ci sono i loro figli saturi e viziati con pochissimi interessi – quelli imposti dai genitori – che lamentano noia a tutte le ore del giorno.

Da questo presupposto non ci stupiamo di leggere l’allarme lanciato dal Consiglio Universitario Nazionale in merito al calo dell’immatricolazione nelle università (- 58 mila nell’ultimo decennio).

Infatti, considerando le minori risorse economiche a disposizione delle famiglie e le difficoltà di trovare un posto di lavoro al completamento del percorso universitario, la scelta di un investimento di questo tipo deve essere sostenuta da forte convinzione e tenace volontà.

E lì casca l’asino. Se per grazia ricevuta ti convinci di essere il nuovo Einstein o semplicemente le materie scientifiche ti sono affini, avrai pochi problemi. Un posticino di lavoro si trova ancora. Se invece hai la sfortuna di essere un animo sensibile alle materie umanistiche, fatti un segno della croce, prega Allah, vai in Sinagoga, stai a casa a fissare il soffitto.. perché forse è meglio sfruttare il diploma di scuola superiore.

Eccovi alcuni dati:

Area sociale la flessione è stata di quasi 29 mila studenti (-21%) e oltre 18 mila in quella umanistica (-28%)

Area delle scienze figurative, musicali e dello spettacolo (-57%)

Area delle scienze dei beni culturali (-51%)

Area delle professioni sanitarie della riabilitazione (-54%).

Questi numeri sono la conferma di quanto inserito nel nostro manifesto per un “premier ideale”. L’offerta universitaria deve essere allineata con la domanda del mercato del lavoro.

Lo spostamento degli iscritti da una facoltà ad un’altra non sarebbe un problema, ma una risposta naturale e sensata alle esigenze del mercato del lavoro. Purtroppo, questi dati fanno emergere un fenomeno preoccupante: un calo complessivo degli iscritti. Non è in questo modo che recupereremo competitività.

Nelle economie emergenti la formazione superiore è incentivata e costituisce un valore aggiunto. Tant’è che molti studenti asiatici fanno di tutto per entrare nei sistemi anglosassoni, ma anche in alcuni poli di eccellenza italiani. Vengono in Italia con borse di studio, acquisiscono il know-how e lo riportano in Patria sulla base di contratti ben definiti tra studenti e enti finanziatori. Istruzione come asset per essere combattivi.

E noi? Non possiamo fare retromarcia. Lo stiamo già facendo su molti fronti. L’ingresso nel mondo universitario deve essere il risultato di una scelta ben ponderata. Su questo possiamo riflettere, sul resto no, ve ne preghiamo!

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