Asia Files
8 Febbraio Feb 2013 1256 08 febbraio 2013

Ravioli a capodanno

Wang Xiaofeng è scurrile e mordace, ma contemporaneamente tanto amato dai suoi lettori. Ogni suo post è accompagnato da centinaia di commenti dei netizen cinesi.

Un passato stravagante, per essere uno che non la manda a dire. Wang Xiaofeng cresce nella campagna del nord ovest cinese, poi gli studi a Scienze Politiche a Pechino e un'esperienza nella tana del grande fratello o governo cinese. E poi, basta? No. Rinuncia all'impiego statale fantozziano e diventa giornalista. Oggi lavora alla Life Week, una delle riviste più liberal della Cina continentale. Ha quattro libri al suo attivo, dove la musica, una delle sue passioni si trasforma in storia, a volte romanzata. Quindi anche critico musicale. Ma se gli si chiede del rock cinese, scuote la testa, senza mezzi termini. Allo stesso modo parla delle mazzette ai giornalisti per scrivere qualcosa che si posiziona tra il politically correct e la pacca sulla spalla. Impegnato con la società civile, vorrebbe monitorare l'effettivo livello di povertà del miracolo cinese. In tutto questo è anche regista, nel suo ultimo lavoro illustra con umorismo i grossi laoban cinesi alle prese con la creazione di un'industria culturale.

Vi lasciamo, per festeggiare l'avvento dell'anno del serpente, con un suo breve racconto “I ravioli” (饺子 Jiaozi). La tradizione della cucina cinese è un modo per avvicinare due generazioni, quella di Wang Xiaofeng e quella di sua madre. I tempi cambiano, ma la cucina resta. E noi italiani sappiamo cosa significa.

Una tradizione di chi vive nel nord della Cina è mangiare i ravioli a capodanno.

Da piccolo vivevo in campagna, nel nordest cinese e le condizioni di vita non erano buone. I ravioli erano praticamente un sogno. Per questo motivo aspettavamo il capodanno, momento in cui potevamo mangiarne quanti ne volevamo. Il capodanno in campagna è curato nei minimi particolari. Spendevo cinque yuan per comprare i fuochi d'artificio e mi mettevo dei vestiti nuovi. A casa, dal ventitreesimo giorno del dodicesimo mese lunare, mangiavamo sottaceti, frittelle di farina di mais, miglio al vapore. Tutto cucinato con farine finissime.


Appena mi rendevo conto che il periodo delle feste era arrivato, il verme solitario, impossessatosi di me, cominciava a girarsi e rigirarsi nello stomaco. Fino alla sera dell'ultimo dell'anno, quando il verme si sentiva pienamente soddisfatto di se stesso. Mia nonna materna si occupava di fare i ravioli e il ripieno. Io invece mi occupavo solo di fare gli onori al cibo, non avevo approfondito da cosa venisse fuori il ripieno. A capodanno, i parenti arrivavano tutti a casa di mia nonna e involtolare il raviolo era una faccenda che riguardava tutta la famiglia. Ci sbrigavamo in fretta. In un'ora erano pronti tutti i ravioli che avremmo mangiato la sera stessa. Poi si aspettava a metterli in pentola.

Eravamo poveri, per questo mettevamo nel ripieno delle monete da uno o due centesimi. Il prescelto dalla fortuna avrebbe mangiato il raviolo con la moneta e sarebbe diventato ricco negli anni a venire. Ogni volta non stavo nella pelle e speravo di trovare quel raviolo lì. I bambini che avevano più o meno la mia stessa età erano sei o sette, temevo sempre che fossero loro a trovarlo.

La sera, passate le nove, al segnale di mia nonna eravamo tutti pronti. L'acqua per i ravioli cominciava a bollire. Spesso diceva: “Prepariamoci a ricevere gli spiriti”. Non mi era chiaro chi fossero questi spiriti, non ne avevo mai visto uno, nella mia mente c'erano solo i ravioli.


In quel preciso momento quello che più amavo fare era occuparmi del fuoco sotto ai fornelli, perché potevo vedere quando i ravioli si immergevano nella pentola; quando l'acqua cominciava a bollire; quando cominciavano a rotolare nell'acqua; insomma, tutto fino alla scolatura. Non ci voleva tanto tempo. Il processo del raviolo bollito lo osservavo ogni volta con ansia. Era molto difficile da sopportare, ma quando il profumo della farina si univa a quello della carne e poi accompagnandosi al vapore, balzava fuori, sapevo che il momento più felice dell'anno era arrivato.

Mia nonna mi chiedeva: “Sono arrivati i ravioli?”. Subito rispondevo “Arrivati!”. Quando mia nonna mi ha fatto per la prima volta questa domanda, mi è scappato un “Cotti!”.
Non puoi dire che sono cotti, devi dire arrivati. Arriva il raviolo e arriva anche la fortuna!”, mi ha risposto la nonna. Forse è per quell'uscita sbadata che oggi non sono diventato ricco, mentre chi si gode soldi e potere avrà risposto giusto alla domanda della nonna.

I ravioli che facevamo erano veramente buoni. Non si usavano farine trattate ma solo farina bianca. La pasta del raviolo non era sottile come quella di adesso e il ripieno era particolarmente saporito. In un morso, tutto il brodo succulento veniva fuori, e così, in un momento, si spargeva tra tutti presenti.


La gente del nord ovest mangia i ravioli, ma anche il condimento in cui vengono inzuppati è fatto a dovere. È vero, si è poveri in campagna, ma per quanto riguarda la salsa dei ravioli non lasciamo le cose al caso. Prima di capodanno, mio zio andava al villaggio a comprare due bottiglie di olio di sesamo che sarebbe bastato per tutta la famiglia fino al quindicesimo giorno del primo mese lunare. L'olio di sesamo di quei tempi era proprio olio di sesamo. Allungavo la punta delle bacchette dentro la bottiglia di olio, le inzuppavo piano piano e poi le mettevo nella ciotola del condimento. Giravo un poco. Il profumo permeava velocemente tutta la stanza. Oggi anche se mettessi tutta la testa in un badile d'olio non riuscirei a sentire neanche un po' di quel profumo.

Normalmente i pechinesi sono gente pratica, anche quando mangiano i ravioli. Versano un po' di aceto di riso e finisce tutto lì. Appena arrivato a Pechino, sono andato a mangiare con alcuni colleghi e mi sono accorto di come fossero poco accorti. Era come la discesa dalla cima di un monte, non riuscivo ad abituarmi. Per me non funziona così, nel condimento ci deve essere mescolato assieme: salsa di soia, aceto, peperoncino ripassato, aglio tagliato in piccoli pezzi e olio di sesamo. Poi si deve afferrare un raviolo fatto a mano da mia nonna, inzupparlo nel condimento, morderlo con decisione e masticare abbondantemente.

Ho dei ricordi felici dell'epoca di quando ero bambino, ma il primo fra tutti, è il primo morso al raviolo la notte di capodanno. Fino ad oggi ho sempre mantenuto queste abitudini. Impensabile farne a meno.


Mia nonna è morta proprio quando mi sono reso conto che avrei dovuto imparare da lei come si fanno i ravioli fatti a mano. Ogni notte del primo dell'anno, quando mangio i ravioli, mi viene in mente. Mi vengono in mente le sensazioni di quegli anni in cui trascorrevamo il capodanno in campagna. Eravamo davvero poveri, ma riuscivamo comunque ad sentire i sapori. Adesso abbiamo tutto, ma non riusciamo ad assaporare nulla.

Mia madre sebbene ha ereditato da mia nonna la tradizione di fare i ravioli è comunque cresciuta mangiando in una mensa. Praticamente non sa cucinare o comunque i piatti che prepara non sono buoni. Nel 1980 siamo arrivati a Pechino e mia madre si è addossata un lavoro che le garantiva tre pasti al giorno.

Per un periodo di tempo ho avuto la sensazione che a Pechino non ci fosse nulla di buono dato che verdure non sono un granché e mia madre era di gran lunga peggiore di mia nonna a cucinare.


Le condizioni di vita della mia famiglia non erano facili. Mio fratello andava ancora a scuola e gli ottanta yuan dello stipendio di mio padre sostenevano tutta la famiglia. Mia madre cercava tanti modi diversi per migliorare la sua cucina. Ogni settimana, comprava due centesimi di maiale, praticamente era solo grasso (all'epoca in Cina ancora non si era sviluppato il concetto della carne magra). Tornata a casa, lo spellava e lo tagliava per il ripieno. Prendeva poi un cavolo bello grande e lo sbollentava in acqua calda. Lo tagliava e lo mescolava alla carne di maiale e faceva i ravioli. Ho mangiato questi ravioli come minimo per quattro anni. A volte cambiava la verdura del ripieno, ma la carne era sempre carne da due centesimi. E mangiare così, era già una bella soddisfazione. Con il tempo mia madre imparò a fare i ravioli come quelli di nonna.

I ravioli per mia madre sono una prelibatezza ed è anche quello in cui è più brava. Sa che a me e mio fratello ci piacciono e fa di tutto per cucinarceli. I ravioli erano in tavola frequentemente nonostante le condizioni economico-familiari non ci consentissero di utilizzare ingredienti costosi. Il trasferimento a Pechino non ha fatto per nulla scomparire le abitudini familiari di quando ero bambino. Anche oggi, la notte di capodanno mia madre è in cucina a bollire i ravioli e io sono ancora accanto a lei. E le dico: “Ecco i ravioli sono arrivati!”

Da piccolo ero stato affidato a mia nonna. Vedevo mia madre una volta ogni uno o due mesi. Poi ci siamo tutti trasferiti a Pechino, e lei ha sempre pensato che quando ero piccolo non ha voluto prendersi la responsabilità di essere madre e oggi vorrebbe dimostrarmi tutto l'amore che non mi ha dato in passato. Ma da adulti è difficile accettare l'amore come quando si è bambini. Le ho sempre consigliato di prendersi più cura di se stessa, dato che la mia vita va abbastanza bene. Ma nonostante le mie raccomandazioni, il suo affetto non è diminuito neanche un poco. L'amore per me sembra come il rimedio di un errore commesso nel corso della vita e questo a volte mi fa venire i sensi di colpa.

Una volta mia madre è venuta a casa mia, ha aperto il frigo e ha visto un sacchetto di ravioli surgelati. “Basta di andare in giro a comprare i ravioli, te li faccio io”, mi ha detto. Da quel momento in poi, per tutto l'anno nel mio frigo ci sono regolarmente i ravioli di mia madre. In effetti quelli surgelati del supermercato non mi sono mai piaciuti. A volte ne compravo un sacchetto, ne bollivo un po' e gli altri li buttavo. Forse saranno tutti questi anni a mangiare ravioli che mi hanno fatto diventare la lingua così affilata. Anche mangiandoli nel cosiddetto ristorante di cucina tradizionale del nord est cinese, penso comunque che non sono buoni come quelli di casa mia.

A volte, non li ho neanche finiti che mia madre mi chiama dicendo che me ne ha fatti degli altri e di passarli a prendere quando ho tempo. Ma è chiaro, dato che è un po' che non la vado a trovare, mi dà un motivo per passare da lei. Ogni volta che ricevo una telefonata del genere, è una sofferenza che non riesco a spiegare. Non importa che sia nel bel mezzo dell'estate o dell'inverno, ogni volta che vado a casa di mia madre esco con alcune buste di ravioli.

Lo scambio affettivo tra madre e figlio non è mai così facile come quello tra madre e figlia. Mia madre ha utilizzato i ravioli per cambiare il nostro rapporto. Una donna con il classico carattere della contadina del nord est cinese: inflessibile, semplice e senza cultura. Generalmente non sa di cosa mi occupo, ma anche se lo sapesse la comunicazione tra noi sarebbe comunque impossibile. Ha persino letto i miei articoli sulle riviste e sui giornali, ma ancora non le è chiaro cosa faccio realmente. Ma l'amore materno è unico e incondizionato.

Mia madre non sta bene di salute, le dico spesso di non cucinare più per me, ma lei non si rassegna. Quando viene a casa, la prima cosa che fa è aprire il frigorifero per vedere cosa c'è dentro. Poi dice: “I ravioli che ti ho fatto l'altra volta perché non mi hai detto che li hai finiti?”. Torna a casa e ne fa un centinaio. Alla fine ho trovato una soluzione: quando la sento al telefono le chiedo: “I ravioli con rapa e vitello come si fanno? Ho comprato la carne per il ripieno”. Si mette a spiegarmelo per un bel po' di tempo, poi mi chiede: “I ravioli ce n'hai ancora?”. Le rispondo: “Ne ho fatti un bel po', li ho congelati, li mangio con calma”. Così ogni volta che mi madre mi dice che vuole fare i ravioli, le dico che li ho fatti io e ce n'ho ancora.

Ma è inutile, i bambini si fanno sempre scoprire dagli adulti. Quando vado a casa di mia madre, lei comincia con la cantilena: “Se sei sempre così impegnato, ma quando lo trovi il tempo per fare i ravioli? Mi hai detto una stupidaggine. Alcuni giorni fa ho fatto quelli con peperone e maiale, ne ho mangiato un po' ma sono troppo salati. Non mi dicevi che non mi fa bene mangiare salato? dai prendili tu e portali a casa”.

Ma lo so, tutta questa storia dei ravioli è solo una scusa. Spesso rimango alzato la notte, ho fame e voglio mangiare qualcosa. Apro il frigo e ci sono sempre i ravioli di mia madre. Li cucino e li mangio e quell'odore che sento da quando ero piccolo mi fa spesso commuovere.

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