Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
10 Febbraio Feb 2013 2017 10 febbraio 2013

La nostra generazione ha già fallito tutto?

La gioventù italiana di oggi è una generazione che ha già fallito? Si, almeno secondo il giudizio netto, affidato ad Internet, da un ragazzo di 19 anni. Una lucida analisi dei nostri coetanei, ispirata da una passeggiata al centro commerciale Euroma2.

L’articolo che è tranciante già dal titolo, “Perché non vinceremo mai”, descrive la nostra generazione come una massa formata da persone superficiali, indifferenti, arroganti e superbi, dove conta solo curare la propria immagine, fuori e dentro i social network, proclamarsi diversi a parole ed essere banalissimi nella realtà. L’unica cosa che conta è l’approvazione degli altri che viene prima di tutto, dei nostri sogni, della nostra anima, dei nostri pensieri, della nostra personalità, di tutto quello che, insomma, ci contraddistingue dagli altri e ci rende unici.

Instintivamente ho dovuto sottoscrivere ogni frase con amarezza. Chiunque dispone di un minimo di senso critico lo farebbe. Perché è vero che tante persone si perdono e si annullano per non perdere la sicurezza di essere “gruppo”. L’emarginazione del diverso, la ricerca della popolarità e dell’approvazione altrui è sotto gli occhi di tutti.
Ma basta questo a condannare la nostra generazione al fallimento? Ad autodefinirci “una gioventù perduta”, già all’inizio della vita, incapace di ribaltare il mondo?

Su questo non sono d’accordo. Io sono sempre contrario alle condanne in blocco. La nostra generazione, come ogni altra generazione, è composta da persone di ogni tipo. Accanto ai falliti ben descritti dal blog, ci sono i tanti che non sono superbi, non sono prepotenti, non sono viziati. Nella mia piccola esperienza, ho avuto modo di vedere come la parte positiva della nostra generazione non faccia poi così schifo.

Mi è capitato, di dover seguire per lavoro alcuni comizi elettorali, e gli unici che si sono alzati e hanno smontato le promesse irrealizzabili dei politici che parlavano, mentre la platea li appaludiva e li ammirava, erano dei ventenni. La dura condanna verso i “bimbominkia” non nasce proprio dai ventenni? C’è stato un periodo in cui dai trenta anni in su c’era chi li imitava, convinto che fosse quello il modo di sentirsi giovane e di comportarsi sul Web. La ricerca di nuove forme culturali e musicali, lontano dalle solite litanie proposte dalla televisione, non nasce sempre grazie all’intuinzione e alla volontà di alcuni ragazzi? Quante band alternative nascono ogni giorno?

Anche le statistiche sono dalla mia parte: contrariamente ai soliti luoghi comuni, il 24 e il 25 febbraio quasi tutti i giovani elettori andranno alle urne. Lo ha scoperto un sondaggio di Renato Mannheimer sul Corriere della Sera (per curiosità il voto giovane si dividerà in gran parte fra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, il Pdl non arriverà neanche al 10%).

Questo significa che siamo molto più consapevoli del valore prezioso della partecipazione, un diritto che dobbiamo al sacrificio di tante persone. E discutendo con i miei coetanei, vedo che spesso la scelta del partito da sostenere è meditata e ben studiata, guardando al futuro, ai programmi e alle personalità dei candidati. Forse possiamo permetterci tanto idealismo perché non dobbiamo ancora pagare l’IMU o pensare alla fine del mese, ma forse è anche un piccolo segnale di come diamo un valore diverso alla democrazia.

In pochi lo sanno ma, sempre secondo un’altra indagine statistica, il 20% dei ragazzi si è dedicata al volontariato almeno una volta l’anno nel 2011. Numeri che sembrano esigui ma sono almeno il doppio rispetto agli anni Novanta. Questo non significa nemmeno che i giovani d’oggi sono tutti santi o eroi. Fra di noi ci sono i sommersi e i salvati, i buoni e i cattivi, gli stronzi e gli ingenui. Certe caratteristiche non dipendono dall’età.

Il disagio, che quel ragazzo descrive nella lettera, non dipende dall’anno di nascita ma è un sentimento comune a tutte le epoche e a tutte le generazioni. Appartiene a tutti coloro che non accettano il mondo, i suoi compromessi, le sue maschere. Non lo accettano perché sanno che possono aspirare ad una vita migliore, ad un’esistenza più appagata, ad uno sfruttamento totale delle proprie potenzialità. Il grande errore che fa è sentirsi l’unico a soffrire per questo. A combattere la sua stessa e dolorosa battaglia siamo in tanti, tantissimi. Abbastanza per non sentirsi soli.

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