Mambo
11 Febbraio Feb 2013 1236 11 febbraio 2013

Alla fine di questa campagna Monti rifletta sul flop dell’idea di Centro

C’è uno che sembra aver preso il largo, Beppe Grillo, un altro visibilmente in affanno, Pierluigi Bersani, un altro ancora che le sta provando tutte, Berlusconi, ci sono poi tutti gli altri che soffrono maledettamente questa fine di campagna elettorale.

La soffre Nichi Vendola, assediato dai giustizialisti, che propone come unico tema la propria contrarietà ad ogni apertura verso la lista Monti. La patisce Ingroia che ha avuto sondaggi finora poco rassicuranti e che può essere danneggiato dalla polarizzazione dello scontro anche perché chiede un voto identitario, privo di programma e persino di leadership credibile.

Inquieta invece tutto il corpaccione centrista che si era affacciato sulla scena credendo di avere il vento in poppa e un testimonial d’eccezione, il premier, che deve fare i conti con tre handicap. Monti paga la presenza nelle sua coalizione di Casini e Fini che appesantiscono l’immagine moderna e tecnica del suo raggruppamento. Casini e Fini, d’altro canto, si stanno facendo cannibalizzare dalla lista di Monti. Monti infine non sembra aver trovato la chiave per attrarre consensi e si trova a dover combattere la tentazione di molti dei suoi di dar seguito all’idea del voto disgiunto per favorire, ad esempio in Lombardia, il candidato di centro-sinistra su quello del centro destra.

Comunque vada a finire Monti deve fare una pausa di riflessione sulle ragioni della propria salita-discesa in campo. È stata visibilmente un flop. La sua immagine assai forte come grande tecnico prestato alla politica si è immeschinita in quella del politico politicante. Non ha il linguaggio, gli argomenti, gli alleati per dar vita al cosiddetto Grande Centro. Forse alla fine di questa campagna elettorale che si sta giocando fra Bersani, Grillo e Berlusconi molti centristi dovranno finalmente prendere atto che il loro stare in mezzo non trova consensi nell’elettorato italiano.

Questi ultimi vogliono scelte nette. Vogliono, forse la maggioranza, una vittoria della coalizione riformista, si aggrappano, altri, alla voglia di rivincita promessa da Berlusconi, credono che solo sfasciando l’intero sistema politico può esserci la rinascita. Il montismo non si è rivelato una cultura, non ha suscitato una passione, non ha elaborato una proposta né tanto meno un sogno. Gli ambienti cattolici, da Riccardi al vertice della Cei, che hanno spinto Monti a questa avventura scopriranno che la loro presa sull’elettorato è assai marginale e che è finito il tempo del voto cattolico privo di connotazioni nette, socialmente e politicamente. È probabile che la difficile composizione di una maggioranza larga dopo il voto riproponga il tema dell’alleanza fra Monti e Bersani, tuttavia sarà uno schema di gioco in cui al professore verrà assegnato un ruolo di testimonianza in quanto se si va alla guerra senza esercito dopo si può solo contare sulla benevolenza del vincitore.

Bersani sta sottovalutando il carattere popolare della campagna grillina e berlusconiana. Non ha sufficientemente messo in campo il proprio popolo cui ha dato frettolosa certezza di vittoria praticamente smobilitandolo. Oggi può contare solo sulla paura del grillismo e del berlusconismo per attrarre indecisi fra quanti si stavano per rivolgersi verso etichette identitarie. Se Grillo proclamerà il prossimo arrivi dello tsunami politico, se Berlusconi offrirà agli italiani condoni, meno tasse e milioni di posti di lavoro, Bersani dovrrebbe indicare nel lavoro e nel lavoro buono la cornice entro cui in inscrivere il suo programma riformista.

Dica qualcosa che gli altri non possono dire e mostri la medesima combattività dei suoi competitor, ma soprattutto spinga la sua gente a caricarsi sulle spalle la fatica di questi ultimi giorni. Sennò la situazione si farà difficile. 

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