In a sentimental mood
11 Febbraio Feb 2013 1035 11 febbraio 2013

I manifesti contro Roberto Saviano

Si potrebbe già iniziare scrivendo un trattato sulla linea C1N dell’autobus che collega Napoli a Caserta, ma non lo farò: sarebbe fin troppo populista e rischierei di prendermi la ‘’sindrome del blogger post-moderno localista’’, ovvero quella dell’io frammentato che crede di trovarsi sempre al centro della scena o dell’evento, nel qui ed ora, eroe del secolo che conosce l’ora esatta, un po’ come Oriana Fallaci, con la differenza che a lei capitava di stare in mezzo alla jihad (o a New York l’11 Settembre), e all’altro (il b. p-m l.) capita al massimo di sorseggiare un aperitivo durante una rapina urbana e di avvertirla (e tramandarla) come un problema d’ordine pubblico-sociale che s’interseca alla statistica, con inquietanti calcoli di prevenzione sulla questione, un accenno di superomismo rampante, sociologismi da programmi del dopo pranzo in tv, e via dicendo. Premessa fatta, non riesco a considerare nemmeno troppo una casualità il fatto di aver visto per la prima volta i manifesti che inneggiano a un Saviano speculatore a bordo di un C1N. E non è questo il posto né il momento dove far presente di come venga maltrattato questo bus, voglio solo ricordare e tenere a mente quanto stiamo diventando cattivi o codardi nel cercare il capro espiatorio di ciò che è marciò in un giornalista di cronaca.
Non ho mai pensato a Roberto Saviano come ad uno scrittore: per me la scrittura è sempre stata un’altra faccenda, Raymond Carver o Roberto Bolano. Gli scrittori, per quanto mi riguarda, non hanno una ben chiara divisione della linea nella testa tra Bene e Male, non ti dicono cosa devi fare della tua vita, al massimo ti fanno guardare una direzione o una possibilità, ma non c’è mai un catechismo nelle parole di uno scrittore (anche perché non hanno mai niente da insegnare). E poi, uno scrittore non va in televisione, è chiaro. Tutto questo non vuol dire che Roberto Saviano non sia un genio del giornalismo di cronaca, che ha saputo sfruttare tutti i canali giusti del nostro paese per dimostrarlo (Mondadori, La Repubblica, Rai), e per entrare nell’immaginario come personaggio paladino di una qualche idea di giustizia. In questo senso il sentimento nei confronti di Saviano si divide in simpatie ed antipatie.
A me sta simpatico. Probabile che dopo qualche ora di frequentazione troverei noioso discorrere con lui di Herta Muller e canasta, ma tutto sommato il mondo è pieno di così tanti stronzi con cui fare a botte che Herta Muller a volte può parere anche un sollievo. Tradotto: se sono in animo di leggere Saviano lo leggo, altrimenti non mi pongo il problema di insultarlo. Okay, ogni tanto anche lui incappa nella ‘’sindrome del blogger post-moderno localista’’ (vedi il pezzo sulla morte di Taricone), ma non penso che si possa dire esattamente ‘’speculare su Napoli’’. E’ vanità. Chi è senza peccato scagli un colpo di fucile.
Anzitutto, anche tutta la carriera di Roberto Saviano fosse una grandiosa macchinazione per guadagnare denaro al prezzo di non avere poi la libertà di uscire di casa, sarebbe equivalente a perdere le chiavi di una Porsche parcheggiata in giardino. O come avere a disposizione un autobus che non passa mai. Ma al di là di quest’osservazione immediata, quello che vorrei spiegarmi è lo spreco di propaganda intorno a questo j’accuse. E quanto fa bene tutto questo all’immagine stereotipata che ha già di per sé il napoletano. Napoli è una città complessa, non è solo il Gennarino a cui Pasolini rivolge una famosa lettera; chi la vive è pure profondamente complesso. Per esempio deve armarsi d’ironia, anche amara: per attendere un bus mezz’ora / un’ora, bisogna essere stati allevati al culto del tiramm a campa’.
Saviano non sta speculando su tutto questo, ma si illude ancora che far conoscere i problemi di Napoli aiuti a risolverli. E’ come quei personaggi matti di De Andrè che ancora ci credono. Che Scampia verrà riqualificata, che i cattivi andranno in galera, che il CN1 passerà, e che il bene vincerà sul male: ma queste sono deviazioni di pensiero a cui ci ha abituato Walt Disney.

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