Hic sunt leones
12 Febbraio Feb 2013 1914 12 febbraio 2013

“Non oltre il proprio naso”. Politica estera ed elezioni tra cinismo e individualismi italiani.

L'Italia dell'export di livello, l'Italia che “checché se ne dica” è ancora punto di attrazione economico per la comunità internazionale, l'Italia manifatturiera ma anche hi-tech, l'Italia che affannosamente si fa poca, e zoppa, pubblicità di se stessa tra i media globali e, incredibile a dirsi, specialmente in quelli anglofoni, come mestamente riportato dal Ministro Giulio Terzi. L'Italia che appoggia od ostacola la visione di un'Europa unita, l'Italia che giustamente vede la politica europea come una delle componenti della sua sfera interna, spesso deprecando la sua ingerenza, l'Italia che si sente piccola ma vorrebbe essere riconosciuta grande. L'Italia delle grandi aziende ambasciatrici del suo nome nel mondo, non sempre in termini lusinghieri.

Tutto questo è componente o variabile della politica estera, o meglio di una politica interna ma di respiro internazionale che dovrebbe individuare nello sbocco globale il naturale punto di svolta, in positivo, per la marcescente economia italiana. E questo giudizio viene dato proprio valutando la struttura produttiva della Penisola.

Pure, così non viene interpretato nell'agone politico italiano che si trascina, barcollante, stanco e ripetitivo, verso le elezioni del prossimo 24 e 25 febbraio. La priorità data alla visione internazionale viene ricacciata nelle retrovie e la politica estera volutamente relegata in secondo piano, perché giudicata come non fondamentale per il recupero del sistema Paese e il rilancio economico . Negli sporadici casi in cui si parla di politica estera all'approssimarsi delle elezioni, sembra sentire risuonare la domanda “Ma insomma, cosa poter fare nel mondo ha avuto poco impatto persino nelle elezioni americane. Quanto quindi potrebbe importare a noi italiani?"

E' un vecchio adagio pericoloso perché incentrato su un fondo di verità: la situazione del Paese è veramente di triste prospettiva e il cittadino tipo, anche quello informato che sente ormai distante la politica estera esaltante di Sigonella, di Craxi e compagnia, vede nei discorsi a sfondo internazionale quasi un divertissement capace unicamente di togliere attenzione sulle dinamiche, quelle sì “davvero fondamentali” della disoccupazione, dell'alto livello di prelievo fiscale, della macchinosa burocrazia.

Il punto è che nessuno mette in dubbio la fondamentale rilevanza di una strategia che riduca i mali atavici di questo Paese: la questione è un'altra. La sottovalutazione voluta, mirata e calcolata di quasi tutte le tematiche rilevanti da parte di pressoché tutti i partiti. Hanno un bel da fare dalle pagine di “Affari Italiani” i pensieri puntuali dei magnifici Stefano Silvestri e Natalino Ronzitti che poco si abbandonano alla retorica ma che invece si lanciano incontrovertibilmente verso un unico elemento: nell'azione elettorale si cerca lo scontro, la contrapposizione, la rissa verbale e la politica estera, dopo la caduta dei blocchi ideologici con la fine della Guerra Fredda, non provoca più nessuna ridda per i voti. Quindi, come ben sottolinea Silvestri, l'azione internazionale non scatena la violenza verbale, nei toni come nei contenuti e pertanto si mira esclusivamente a un sottile rimando a quei pochi elementi, come l'acquisto degli F-35, la dinamica conflittuale Italia-India post Marò, o la vetustissima questione dell'immigrazione, capaci di creare ancora un barlume di contraddittorio tra le parti. Approccio cinico.

Come si è giunti a tutto questo è presto detto: non ci si perda nelle facili considerazioni sulla poca conoscenza del mondo da parte dei cittadini italiani. In proporzione alla comprensione della media degli americani del globo terracqueo, gli abitanti della Penisola risulterebbero tanti professori. Il punto è la scelta di andare “non oltre il proprio naso” da parte dei quadri dei partiti, di cavalcare l'onda dei problemi spicci ( da vedere poi con quanta prontezza risolti). La brevità della strategia che sembra, perché pregnante sugli elettori, di pragmatica efficienza. Di pragmatico non vi è nulla.

La cecità, quella sì di lunga prospettiva, è figlia del comportamento tipicamente italiano, di una ipocrisia individualista, da asticella corta, da orto personale, ben diversa dalla ipocrisia nazionale, di ampio respiro, conveniente a tutti, sul modello americano. E' il calcolo della convenienza a dettare l'agenda estera dell'Italia. Così facendo, non si va da nessuna parte. Per dirla nello stile di Indro Montanelli, di cui rimane interessantissima la lettera scritta tra il 1953 e il 1954 al premio Pulitzer americano Edmund Stevens sul confronto tra debolezze statunitensi ed italiane “l'ipocrisia italiana è dettata dal senso dell'opportuno, è spicciola, pratica ed utilitaria”. Così si punta a bazzecole dal forte potere attrattivo e arrivederci al quadro completo.

Piccolezze, limitate, contorte, ipocrite ( come l'affaire degli F35, appoggiato prima da tutti, poi da molti criticato perché politically correct). Se paragonate alle esigenze di proiezione estera, non solo europea, di cui l'Italia avrebbe bisogno risultano il classico, il più tipico e denso fumo negli occhi. Piero Angela, nel presentare il suo libro “A cosa serve la politica” del Novembre 2011, sostiene e a ben donde, che si miri all'immediato risultato, elettorale più che a quello, lontano, sociale, economico, culturale, internazionale. Così l'autore:“basta con la spartizione del poco latte rimasto; è ora di far crescere la mucca”.
Ma tant'è, il cittadino vuole l'urlo e il politico abbisogna del voto.

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