Linda Finardi
Think it out
13 Febbraio Feb 2013 1429 13 febbraio 2013

Cosa resterà dell’Università pubblica dopo le prossime elezioni?

Intervista approfondita sulle politiche universitarie italiane a Massimiliano Vaira, sociologo dell'Università di Pavia e studioso di sistemi di istruzione superiore.

I diritti acquisiti e goduti nel ‘900 sembrano ormai declinati insieme al secolo stesso. Non solo quelli dei lavoratori dell’industria – com’è visibile in modo eclatante di questi tempi - ma pure nell’istruzione, l’ampio accesso all’università sembra fare inversione ad U, anche se più silenziosamente.

Berlusconi pensa che sia meglio ‘fare’ che studiare, Bersani è troppo impegnato a trovare un “gancio in mezzo al cielo” perché vincere le elezioni in questa tornata è una probabilità altissima e questo “rischio” lo destabilizza. Giannino appare chiaro per le cose da fare, ma ancora troppo ancorato a esempi qua e là. Ingroia punta alla giustizia ma è ancora alle prese con l’identità politica del suo movimento. Del Movimento 5 stelle sappiamo poco: per ogni apparizione di Grillo uno strillo. Mario Monti probabilmente è stato convinto dalla Fornero che i giovani sono tutti choosy.
Ma cosa rimarrà dell’università pubblica italiana dopo il 24 e 25 febbraio? Qualcuno di questi candidati se ne sta occupando? Lo chiediamo a Massimiliano Vaira, sociologo dell’Università di Pavia e studioso dei sistemi di istruzione superiore. Membro da più di dieci anni del Consortium of Higher Education Researchers (CHER) e dal 2004 del Centro Interdipartimentale di Studi e Ricerche sui Sistemi di Istruzione Superiore (CIRSIS) dell’Università di Pavia. Politica, governance, organizzazione, autonomia, carriere, riforme, economia e valutazione sono i suoi principali temi di ricerca, compresi in una delle sue più recenti pubblicazioni dal titolo”La costruzione della riforma universitaria e dell’autonomia didattica. Idee, norme, pratiche, attori”. In una prospettiva comparativa ha pubblicato “Questioning Excellence in Higher Education. Policies, Experiences and Challenges in National and Comparative Perspective (co-curato con Michele Rostan)”. Ha inoltre pubblicato diversi saggi in riviste volumi collettivi nazionali e internazionali.

Professor Vaira, prendiamo spunto da uno degli ultimi arrivati, che però ha dimostrato di essersi già ambientato benissimo nell’arena politica: sul sito web di “Agenda-Monti” un articolo firmato dalla Redazione in data 27 dicembre porta il seguente titolo: “Bisogna prendere sul serio l’istruzione, la formazione professionale e la ricerca”. La domanda sorge spontaneamente, alla Lubrano: questo significa forse che nessuno fin’ora ha preso sul serio l’istruzione in Italia?

"A parte la parentesi del primo governo Prodi con al Ministero Luigi Berlinguer, non mi pare si possa affermare che negli ultimi dodici anni l’università e la ricerca siano state prese sul serio dalla politica. Le cose sono poi degenerate nell’era Berlusconi e non solo per i tagli del 2008 di Tremonti. Basta vedere chi ha guidato il Ministero in quegli anni, che cosa ha fatto, come lo ha fatto e perché. Non c’è nulla che abbia a che fare con una visione dell’università e del suo ruolo, nulla. Aggiungiamoci poi che nemmeno l’opinione pubblica si è mai accalorata per l’università e che il mondo economico non si straccerebbe le vesti se sparisse. La salienza sociale e politica dell’università come bene pubblico e risorsa per lo sviluppo è sostanzialmente irrilevante. A parte quando si tratta di mettere una firma sotto una qualche “meravigliosa” o “epocale”riforma che di meraviglioso ed epocale ha solo i disastri che produce".

Crede che Monti, con il suo programma e la sua attività di governo, stia prendendo sul serio l’università?

"Monti ha fin qui preso sul serio il processo di demolizione dell’università e della ricerca pubblica italiane. Faccio tre semplici esempi illustrativi: 1) quando ha varato spending review, nel mirino sono entrati gli enti di ricerca, già in forte sofferenza dal punto di vista finanziario, nell’ottica della loro razionalizzazione che nel gergo economico liberista significa soppressione. Tra questi enti c’era anche l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare i cui ricercatori hanno partecipato alla scoperta del bosone di Higgs. Il tempo di congratularsi e già lo voleva chiudere. Fortunatamente è tornato sui suoi passi, ma il fatto grave resta; 2) Il finanziamento stanziato dal governo Monti per i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale nel 2012 è stato di 38 milioni di euro, il 64% in meno del 2009 e il 56% in meno del 2010 e 2011. Già queste erano cifre ridicole (rispettivamente: 106 milioni e 77 milioni), 38 milioni sono niente; 3) l’università pubblica è stata pesantemente definanziata, soprattutto con i tagli di Tremonti del 2008 (circa 1 miliardo e mezzo in quattro anni). A dicembre dovevano arrivare alle università 400 milioni e invece ne sono arrivati 100. Risultato: diversi atenei sono sull’orlo del default, l’università pubblica ha subito in cinque anni un taglio complessivo di risorse tra il 25 e il 30% (solo il Fondo di Finanziamento Ordinario che serve a pagare il personale, l’infrastruttura didattica e di ricerca, le bollette, è stato tagliato del 20%). Il Consiglio Universitario Nazionale nel suo rapporto del 30 gennaio scorso ha certificato il disastro. Anche i rapporti ”Education at a glance” dell’ OECD lo certificano anno dopo anno. Basta leggerli. Dunque, possiamo prendere sul serio l’affermazione di Monti? Ma più in generale, possiamo fidarci delle dichiarazioni che ogni volta vengono fatte da quasi tutti i partiti sul tema? Sono più di dieci anni che sento dire le stesse cose da tutti, per poi vedere che nel migliore dei casi non si fa niente e nel peggiore si demolisce".

"Avere un grado di istruzione adeguato e competenze appropriate è una carta fondamentale per trovare lavoro e realizzare le proprie aspirazioni”, Monti pare ne sia convinto. Il mercato del lavoro sta davvero aspettando questi ragazzi preparati e competenti?

"Partiamo dall’affermazione: condivisibilissima; peccato che per far tutto ciò servono soldi, non dichiarazioni di intenti, tanto retoriche quanto vuote. Riguardo al mercato del lavoro, la risposta è no. I laureati non interessano alla stragrande parte delle imprese che per più del 90% sono piccole e medio-piccole, operanti in settori prevalentemente tradizionali, molto labour-intensive e poco o punto knowledge-intensive, la cui strategia competitiva prevalente è la deflazione del costo del lavoro, non potendo più contare sulle svalutazioni competitive della lira. Da parte sua l’amministrazione pubblica mette zeppe e vincoli di ogni genere nelle procedure e nei requisiti di assunzione di laureati, soprattutto triennali. Gli ordini professionali, infine, sono notevolmente chiusi verso i laureati triennali i quali devono scontare rilevanti barriere all’entrata. Nel complesso è un mercato del lavoro statico, rigido, arretrato. Si dovrebbero riformare i datori di lavoro, non il lavoro. Racconto un aneddoto emblematico al riguardo: nel 1997, mi pare, si fece un piano per sostenere l’impiego di laureati nell’industria attraverso lo strumento del credito di imposta a favore delle imprese che assumevano. Bene: i laureati assunti con questo sistema sono stati 400 in tutta Italia".

Forse perché l’università è inadeguata come affermano molte voci che circolano?

"L’università non è affatto inadeguata, né lo è la formazione e la ricerca che in essa si producono, né, quindi, le persone che vi lavorano. Questo non vuol dire che non sia migliorabile e che non vi siano criticità su cui intervenire. Di certo però non si migliora tagliando il finanziamento alla cieca giustificandolo con retoriche che dal punto di vista della realtà sono semplicemente false, oltre che tutte tese a screditare e delegittimare l’università. Mi si deve spiegare come mai, se è così inadeguata, i nostri laureati che vanno a lavorare all’estero sono così apprezzati. Come mai i nostri ricercatori sono considerati tra i migliori al mondo. Come mai in termini di numero di pubblicazioni e citazioni internazionali ci collochiamo costantemente all’ottavo posto nel mondo da 15 anni a questa parte. Come mai la nostra ricerca viene internazionalmente ritenuta eccellente in campi come medicina, matematica, fisica, biologia molecolare e genetica, scienze spaziali, neuroscienze. Come mai al CNRS francese si reclutano preferibilmente ricercatori italiani. Come mai, secondo il Times Higher Education Supplement nel 2008 il sistema universitario italiano in termini di qualità della formazione erogata si piazza al terzo posto nel mondo e primo in Europa. Se fosse inadeguata produrrebbe questi risultati? Inadeguati sono la politica universitaria, il finanziamento (il peggiore tra i paesi industrializzati, su tutte le voci) e il dibattito su questi temi. E nonostante questo l’università riesce a produrre questi risultati straordinari. Curioso, no?".

Una politica, quella montiana, si pone il seguente obiettivo: “man mano che si riduce il costo del debito pubblico e si eliminano spese inutili, si possono creare nuovi spazi per investimenti nell’istruzione”, così è scritto nel documento programmatico. Prima riduzione debito pubblico e poi investimento in formazione e ricerca: é questa la relazione giusta?

"Auguri! Se aspettiamo la riduzione del debito pubblico (aumentato notevolmente durante il governo Monti), possiamo anche chiudere baracca e burattini. Infatti gli altri paesi sviluppati non hanno tagliato il finanziamento in istruzione e ricerca (fa eccezione la Gran Bretagna, ma a pratire dal 2011), anzi in non pochi casi lo hanno sensibilmente aumentato, come negli USA che pure si sono dissanguati finanziariamente per salvare banche, istituzioni finanziarie e l’economia in generale. Quanto agli sprechi, va benissimo ridurli, magari iniziando dalle spese in cacciabombardieri e sottomarini, che non mi risulta portino sviluppo, circa 40 miliardi in tutto. Basterebbero e avanzerebbero per finanziare istruzione e ricerca in modo appropriato. E magari si potrebbe evitare in futuro di sottrarre risorse all’università per salvare l’italianità di un qualche baraccone mal gestito come Alitalia, con i risultati che sappiamo.
Diciamo la verità: a questo paese dell’istruzione e della ricerca importa poco. Lo aveva già chiaramente capito più di 30 anni fa il fisico Giuliano Toraldo da Francia che definì l’Italia un paese in via di sottosviluppo".

Per Monti bisogna investire in capitale umano e in materia di ricerca puntare al miglioramento dell’ANVUR, poi “rilevare per ogni facoltà in modo sistematico la coerenza degli esiti occupazionali”, “accrescere gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione, incentivando in particolare gli investimenti del settore privato, anche mediante agevolazioni fiscali e rafforzando il dialogo tra imprese e università”. Aggiunge inoltre che “bisogna rendere le università e i centri di ricerca italiani più capaci di competere con successo per i fondi di ricerca europei”.
Nel documento programmatico del PD, Bersani promette un rilancio degli investimenti nel settore dell’istruzione a tutti i livelli, in modo da garantire “stabilità, fiducia e risorse“. Non tagli, ma “processi di riqualificazione e di rigore della spesa”. Per l’università propone la creazione di un Programma Nazionale “per il merito e il diritto allo Studio che aiuti a risolvere il problema della dispersione scolastica e a sostegno delle famiglie” e un “contratto unico per i ricercatori e politiche di incentivi per le assunzione”.
Il Movimento 5 Stelle tra le cose da fare mette al primo posto l’”abolizione della legge Gelmini”, punta a “destinare le risorse finanziarie dello Stato solo alla scuola pubblica”, ci tiene a “investire nella ricerca universitaria” e nell’”integrazione Università/Aziende”.
Queste le voci delle maggiori forze politiche in campo. Quali sono secondo lei gli “ingredienti” giusti per rendere l’università italiana una risorsa e non un peso per il paese?

"Mi pare che la confusione regni sovrana un po’ ovunque. Si usano enunciati che apparentemente sono chiari, ma che in realtà sono oscuri e ambigui, quando non addirittura insensati. Non son altro che slogan, più o meno con la stessa credibilità di un annuncio da televendita. Cosa significa “rilevare per ogni facoltà in modo sistematico la coerenza degli esiti occupazionali”? Questo mica dipende solo dalle facoltà, ma soprattutto dai datori di lavoro. Lo stesso dicasi per il rafforzamento del dialogo università-impresa. Per dialogare bisogna essere in due e a oggi l’impresa non mi pare così interessata. Faccio un esempio: nel mio ateneo abbiamo recentemente riorganizzato l’offerta didattica in base alla riforma Gelmini. Questa riorganizzazione prevedeva la consultazione con le imprese affinché offrissero indicazioni, proposte, suggerimenti per calibrare i nuovi corsi sui loro bisogni. Bene, il 75% delle imprese interpellate al riguardo non ha nemmeno risposto. Come stanno insieme “rilancio degli investimenti per garantire stabilità, fiducia e risorse ” con “processi di riqualificazione e rigore della spesa”? Lasciamo poi perdere le panzane retoriche di Giannino, il quale per niente retoricamente si compiace che in otto anni ci sia stato un calo di iscrizioni all’università di quasi 60.000 unità; o quella sul valore legale del titolo di studio cavallo di battaglia (si fa per dire) della destra da sempre. Qui siamo in pieno feticismo: si pensa che abolendo il valore legale della laurea il sistema vada in squadra come per magia. Quanto all’abolizione della riforma Gelmini, d’accordo aboliamola e poi? Facciamo un’altra riforma epocale? Abbiamo passato gli ultimi 10 anni a fare e disfare riforme, magari sarebbe il caso di incominciare a pensare a far funzionare l’università, a metterla in condizione di sviluppare tutte le sue capacità formative e di ricerca. Interveniamo sulla riforma per eliminarne quelle parti che penalizzano pesantemente le università pubbliche. Detto per inciso, le università private avevano la facoltà di scegliere se adottare la riforma o continuare a operare come hanno sempre fatto. Nessuna e sottolineo, nessuna, ha scelto di attuarla. Chissà perché…. Che cosa fare? Intanto finanziare degnamente l’università e la ricerca. Non si può continuare a pretendere di avere la botte piena, la moglie ubriaca e l’uva nella vigna. Fin qui si sono fatti miracoli ma fino a quando si potrà continuare a farli? Accanto a ciò, costruire un sistema di valutazione che non sia come quello attuale, magari prendendo a modello quello finlandese che non ha l’obiettivo di creare competizione tra le istituzioni, ma capire dove e come migliorare l’intervento del governo. Migliorare gli interventi significa migliorare le istituzioni universitarie e dunque il sistema nel suo complesso. Mi piacerebbe anche che il finanziamento all’istruzione privata venisse abolito, come vuole anche la Costituzione (art.33, comma 3 ). Le istituzioni di istruzione private sono a tutti gli effetti istituzioni statalmente assistite, con buona pace dei neoliberisti della cattedra. Per l’università pubblica si tratterebbe di avere indietro quasi 90 milioni destinati nel 2012 dal governo Monti (guarda a volte il caso…) alle istituzioni private, atenei telematici compresi. Poca cosa si dirà, ma intanto meglio averli che non averli. Infine sostituire l’ipertrofia normativa e il neo-dirigismo con schemi di incentivi positivi e negativi. Per fare un esempio di un tema molto caro alla stampa, il reclutamento e le carriere: vuoi evitare clientelismi, familismi, baronismi? Bene, si faccia una norma semplice, semplice che dice che se si è assunto o promosso un asino o un fannullone il Ministero sottrae il suo costo dal finanziamento dell’ateneo dove l’asino/fannullone è impiegato e se lo paga l’ateneo stesso (e a cascata la facoltà/dipartimento) che lo ha reclutato/promosso. Certo, per far questo ci vuole un’agenzia e un sistema di valutazione credibile e affidabile. Ma questa è la via da seguire".

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