Nicola Montella
Un cortile di Milano visto con gli occhi del portiere
13 Febbraio Feb 2013 1700 13 febbraio 2013

La guerra di Russia in un bar

Come tutte le mattine, faccio il giro del cortile. Raccolgo la notte di ragazzi e ragazze. Bottiglie vuote, filtri di spinello e anche l’eco delle loro risate. La signora Elena, novantenne, con i suoi passi lenti, va verso il bidone dei rifiuti con un piccolo sacchetto tra le mani. L’anziana donna è ancora sufficientemente autonoma, anche se da qualche tempo confonde le ore e i giorni. Anche questa mattina, appena si accorge di me, mi dice la solita frase: “Beato lei che non ha visto la guerra”. Di solito, quando me lo dice, sorrido o faccio con il capo un cenno di assenso. Questa mattina no, sarà il freddo, la neve che è rimasta, ma le rispondo: “Si sbaglia signora, io ho partecipato alla guerra in Russia”. La donna mi guarda, sorride e, anche se non me lo dice, io so, pensa che sia matto. Allora le racconto una storia, a me realmente accaduta. Non ricordo a quanto tempo fa risale, di certo ero ragazzo. Avevo girato per tutta la notte, anche gli amici peggiori si erano arresi al mattino. Io no. Di rientrare a casa non volevo saperne, seppure il chiarore del mattino pareva mi ferisse gli occhi rossi per la notte insonne e forse anche per altro. Le gambe mi portarono in un bar di Lambrate. Entrai per ordinare un caffè e subito vidi quattro o cinque anziani a un tavolino che, armati di bianchino, raccontavano della ritirata di Russia. Mi avvicinai a loro, che, pur vedendomi, continuarono a parlare. Non so cosa mi prese, fatto sta che dopo pochi minuti ero nei loro racconti e marciavo con loro. I miei piedi affondavano nella neve, faceva freddo e vedevo soldati italiani cadere sfiniti, senza la forza di continuare il cammino; avevamo tutti fame, ma dovevamo continuare a marciare. Sentii degli spari e tremai di paura, finalmente aprii gli occhi. Gli anziani del bar capirono tutto e mi offrirono un bicchierino di grappa. La mia storia finisce così, non ricordo nient’altro. La signora Elena, prima di salire in casa con i suoi passi lenti, mi dà una carezza. Io continuo il mio giro; sono contento di non aver fatto la guerra davvero.

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