Cavoletti di Bruxelles
13 Febbraio Feb 2013 1132 13 febbraio 2013

La questione meridionale non si risolve in Italia ma nel Mediterraneo

Mentre l’Italia è il sud dell’Europa, il Mezzogiorno é il centro del Mediterraneo. Sembra una considerazione ovvia, invece è molto meno banale di quanto si possa credere. Oggi, il Mediterraneo costituisce uno straordinario centro di opportunità per il Mezzogiorno e per l’Europa in generale. Tuttavia, affinché tali possibilità non restino solo potenziali, occorre che l’Europa nel suo insieme rivolga il suo sguardo verso il Mediterraneo, considerato che essa ha notevoli possibilità di condizionamento sull’economia dell’area.

E l’Europa, a diversi anni di distanza dalla Conferenza di Barcellona, che ha segnato la nascita del partenariato euro-mediterraneo, dovrebbe tornare a guardare con rinnovato interesse proprio al Mare Nostrum, l'area dalla quale l'Occidente ha attinto i valori morali, la cultura e lo sviluppo della civiltà.

Cosa potrebbe rappresentare la strategia euro-mediterranea? Quali ne sarebbero i riflessi sulle realtà locali?

In via preliminare, per rispondere a questi interrogativi, è opportuno descrivere brevemente il partenariato lanciato a Barcellona per valutarne le fondamenta, le difficoltà e le prospettive future.

L’obiettivo principale della Conferenza di Barcellona era la costituzione di una zona di sicurezza, stabilità e prosperità attraverso un’area di libero scambio. In quest'ottica l’intenzione era quella di accelerare il ritmo dello sviluppo socio-economico duraturo, riducendo il divario di sviluppo tra la regione euro-mediterranea ed il resto delle aree sviluppate.

Tuttavia, i risultati raggiunti si sono rivelati inferiori alle attese. Esaminiamone i motivi. Innanzitutto, il progetto di partenariato si era sviluppato all’epoca in cui sembrava che il conflitto arabo-israeliano potesse avviarsi verso una soluzione positiva. Nel 1995, il clima politico era abbastanza favorevole, erano stati appena siglati gli Accordi di Oslo nel segno di una speranza crescente.

Negli ultimi anni, invece, la situazione si è completamente rovesciata ed il quadro politico in Medio Oriente ha fatto segnare un lento e progressivo deterioramento, tanto da spingere il processo di pace verso una preoccupante fase di stallo.

Altri ostacoli si sono frapposti nel nuovo millennio. Alcuni di questi sono esterni al processo di Barcellona, come gli attacchi terroristici dell’11 settembre, le conseguenti guerre in Afghanistan e Irak (che hanno giocato un ruolo significativo nel peggioramento del clima di sicurezza intorno all’area mediterranea) e la cosiddetta "primavera araba" che sta stravolgendo il quadro politico e le cui conseguenze non sono ancora completamente prevedibili sul processo di democratizzazione.

L'emergere di derive sempre più fondamentaliste consolidano i regimi autoritari, concorrendo a creare un circolo vizioso in cui il fondamentalismo favorisce l’autoritarismo e l’autoritarismo fomenta ulteriormente il fondamentalismo. Il risultato finale va a detrimento dello stabilimento di regimi autenticamente aperti e democratici.

Tuttavia, se da un lato si avvertono sempre più nitidamente le conseguenze negative del difficile contesto politico-diplomatico; dall’altro, nonostante le difficoltà, emerge ancora più prepotentemente l’esigenza di trovare un filo comune che rimetta in carreggiata il progetto euro-mediterraneo.

Le circostanze sociali, legate al fenomeno sempre più intenso delle immigrazioni, i conflitti interetnici e religiosi suggeriscono il rafforzamento della strategia per il Mediterraneo, sia per la vicinanza geografica e le affinità culturali, sia per i nuovi squilibri che danno forza alle instabilità politiche legate al rinvigorirsi delle culture integraliste e all'inasprirsi di conflitti endemici (mai definitivamente risolti e sempre pronti a riaffiorare quando il quadro internazionale si complica).

L’Europa, inoltre, ha la necessità di cercare nuove opportunità e mercati sempre più integrati con i suoi vicini mediterranei per sperare di poter adeguatamente competere con le altre grandi aree macro-economiche, come la Cina e l’India, sempre più aggressive sulla scena economico-commerciale internazionale.

L’aspetto, tuttavia, più interessante in chiave regionale, completamente fuori dal dibattito politico, è legato alle possibili ripercussioni in chiave locale della strategia euro-mediterranea.

Si potrebbero creare nuove speranze e nuove opportunità, non solo a livello globale ma anche in riferimento alle più modeste realtà locali.

Una di queste riguarda il ruolo e le opportunità offerte alle regioni del Mezzogiorno che potrebbero fare da ponte tra la zona europea e quella africana, svolgendo un’attività importante non solo per la posizione geografica e per le ragioni storico-culturali che legano l’Italia a quest'area del pianeta, ma anche per mettere a frutto le esperienze derivate dall’utilizzo degli strumenti previsti dalla politica regionale europea per lo sviluppo delle aree in ritardo.

D’altra parte è ormai giunto il tempo affinché le regioni del Mezzogiorno si muovano con maggiore incisività nel dare consistenza alle politiche di internazionalizzazione delle economie locali, concorrendo a svolgere da protagoniste un ruolo di cerniera tra l’Unione europea ed i paesi dell’area mediterranea e balcanica.

Lasciarsi alle spalle lamenti, rimpianti e recriminazioni. Evidenziare successi, nuova mentalità e voglia di riscatto. Abbandonare definitivamente ogni rigurgito di assistenzialismo ed invece proporre autonomia, responsabilità e capacità imprenditoriale.

Un nuovo Mezzogiorno dovrebbe affacciarsi sulla scena europea, pronto a rinnegare una politica fatta di aiuti di corto respiro per immergersi in uno scenario profondamente modificato, capace di raccogliere le sfide della globalizzazione e della modernità.

Il mercato globale non deve far paura, tanto più che esso è inevitabile, e per dare nuovo impulso al suo sviluppo, il Mezzogiorno ha soprattutto bisogno di orientarsi verso un'economia trainata da un forte settore privato. In termini di finanziamento dello sviluppo, il Mezzogiorno avrebbe bisogno sia di un massiccio afflusso di capitali, sia di favorire flussi aggiuntivi a favore dello sviluppo del settore privato, in particolare le piccole e medie imprese. Ciò può avvenire solo a condizione che venga creato un adeguato quadro giuridico e istituzionale e venga favorito il diffondersi della cultura d'impresa, non in una singola regione, ma in una zona ampia che abbia la massa critica per poter reggere il peso e le sfide lanciate dal processo di globalizzazione in atto.

Per realizzare questi obiettivi, è necessario stabilire un’adeguata cooperazione economica e azioni comuni in alcuni importanti settori in cui esiste una profonda complementarietà, nonché un consistente potenziamento dell'assistenza finanziaria dell'Unione europea a favore dell’intera regione.

In questo contesto si tratta di attivare alcune linee prioritarie di sviluppo:
- creazione di partenariati durevoli tra le regioni meridionali ed i governi europei da un lato, e le istituzioni locali della sponda sud dall’altro, per sviluppare il settore delle piccole e medie imprese;
- formazione di programmi di riqualificazione produttiva, che richiede investimenti in capitali umano e collaborazione delle università delle due aree, per promuovere la formazione di imprenditorialità e di cultura del mercato del lavoro, di cui già si annoverano interessanti esperienze di altro profilo nel Mezzogiorno;
- costituzione di reti istituzionali di collegamento tra le associazioni d’imprese artigianali delle due sponde, che stimolino le associazioni delle piccole e medie imprese a promuovere la collaborazione intesa a valorizzare le risorse umane, ambientali e culturali locali.
Questo processo non richiede l’attivazione di iter particolarmente complessi. Sarebbe sufficiente fare riferimento agli strumenti già a disposizione delle regioni meridionali e utilizzati per la proiezione internazionale dell’apparato produttivo locale, nonché a quelli predisposti per attivare la cosiddetta “politica di vicinato”.

Il Mezzogiorno da sempre è in cerca di una strada per un definito e stabile sviluppo sociale ed economico, ma per quanti sforzi si siano fatti finora, il divario con le regioni più sviluppate non è stato colmato. In questo contesto, la strategia euro-mediterranea, se adeguatamente costruita e valorizzata, potrebbe costituire più di una speranza.

Si tratta di strategie, di idee che dovrebbero camminare sulle gambe di uomini illuminati ed emergere in periodo elettorale, quando dovrebbero confrontarsi progetti e idee. Peccato che nessuno, per negligenza o per colpa, abbia voglia di farlo. Segno dei tempi…purtroppo!

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