Andrea Tavecchio
Fisco e sviluppo
14 Febbraio Feb 2013 1138 14 febbraio 2013

Quel compromesso possibile tra inchieste e interessi nazionali

Le vicende giudiziarie Eni-Saipem e Finmeccanica stanno dimostrando la nostra innata tendenza a non riflettere sui temi complessi, come quello della corruzione internazionale, ma a delegare a indagini e arresti, titoloni di giornali, vendite in fretta e furia di asset strategici a vile prezzo seguito il tutto dall’oblio collettivo appena arriva lo scandalo successivo, che è più grande ed emozionante spesso… Peccato che questo gioco non sia a somma zero per l’interesse nazionale perché non rimuove il problema della corruzione e non ci permette di fare un serio dibattito – come in tutti i paesi civili – sulle regole con cui vogliamo affrontare la competizione internazionale in settori strategici e delicati come quelli della difesa e dell’energia.

Una democrazia matura deve accettare, e regolamentare, la differenza tra accedere a mercati non trasparenti grazie a sponsorizzazioni locali e pagare retrocessioni, estero su estero, al management e alla politica. La prima è cosa che si può fare in molti paesi civili la seconda è un reato penale (ma non bisogna confondere i piani come non li confondono negli Stati Uniti e in Europa).

Cerchiamo, quindi, di capire meglio per evitare di farci scippare – a costo quasi zero – quel poco di grande industria che ci rimane e di cui abbiamo bisogno per tornare a crescere e competere (come scriveva, tra altri, Marco Alfieri su Linkiesta.it ieri). Andiamo per punti. Il reato di corruzione internazionale, la punibilità penale in Italia anche per tangenti pagate all’estero da soggetti italiani, è stato introdotto nel nostro paese nel 2000 come recepimento di una convenzione Ocse che si ispirava, a sua volta, a una normativa anticorruzione statunitense degli anni 70. La normativa americana venne impostata in modo da evitare svantaggi competitivi alle aziende, con criteri di collegamento estesi ad operatori non americani.

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