Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
14 Febbraio Feb 2013 1838 14 febbraio 2013

Tra rivolta e servilismo: una violenta educazione fisica:

Mi tornava in mente “Jacob Von Gunten”, il bellissimo romanzo di Rober Walser, assistendo a Educazione fisica, il primo spettacolo curato da Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri. Non perché il lavoro si ispiri direttamente alla storia narrata da Walser, che racconta della Scuola Benjamenta dove il giovane Jacob deve imparare a servire. Eppure, nello spettacolo si affrontano temi dirompenti che tornano anche nel romanzo: il consenso, l’ossequio al potere, il servilismo, la competitività, l’eliminazione dell’altro…
Sono state, queste, lunghe decadi in cui il BelPaese ha imparato sempre più e meglio a introiettare i valori del capitalismo. Trasmissioni di grande successo come il “Grande Fratello” hanno sancito la possibilità di “eliminare” il perdente, il diverso, lo sfigato di turno: tutto in nome del successo, dell’arrivismo, dell’arroganza del potere. Uno comanda, gli altri servono: e fanno a gara per servire meglio, per assicurarsi visibilità, consenso, compiacimento di chi comanda.
Educazione fisica, allora, nella sua struttura di spettacolo, è una grande metafora, aspra e efficace. Prende la pallacanestro come terreno di scontro, e mette in scena le dinamiche relazionali non solo tra lo spietato allenatore e i giocatori, ma anche tra questi ultimi, all’interno del gruppo (si può dire ancora “massa”?).
Si può pensare che l’assunto non sia nuovo – tra sport e teatro i legami sono antichi. Eppure qui si avvertono tensioni reali, che fanno slittare lo spettacolo su piani interpretativi diversi. Cominciamo con quella che direi macrostruttura: del rapporto maestro-allievi (o allenatore-atleti) si è accennato. Il rapporto è verticale: l’allenatore, con il mito delle Termopili, gestisce il potere senza controllo, in modo arbitrario, addirittura sadico. Ha la complicità del kapò di turno, che conta le flessioni; ha l’obiettivo di selezionare la squadra in vista della partita. Ha il potere, è il potere: è capace di negare arbitrariamente la possibilità stessa della partita, dopo il feroce allenamento e l’aspra selezione. È questo il gesto assoluto: il potere privo di controllo. Succede, infatti, che quando finalmente la squadra sarà formata, il quintetto base scelto, l’allenatore sgonfia il pallone. Nega lo scopo, l’esito dell’allenamento e questo susciterà la reazione del gruppo. Ecco, il gruppo, la squadra: qui sono le tensioni e le complicità, le alleanze e le vendette, la lotta per emergere fino a quel gesto eclatante dell’allenatore che priva di significato gli sforzi compiuti. Quando l’allenatore supera il limite, diventa potere arbitrario, la squadra si ribella.
Rivoluzione? Sì, bella ma sterile: gli atleti annientano il crumiro, ridotto a fantoccio (come non pensare al corpo di Gheddafi?) ma poi il loro gesto rivoltoso si svela sterile, inutilmente violento. Gli atleti non giocheranno la loro partita, non si assumono la libertà.
Mi viene da dire che, nonostante la visione cinica dei rivoluzionari-sconfitti, è il gesto stesso che mi sembra una pia illusione. Nell’era del servilismo e del consenso, trovare qualcuno che effettivamente si sappia rivoltare è raro. È accaduto recentemente nel mondo islamico, con la primavera araba: ma sugli esiti reali siamo ancora in attesa di capire. In Italia parrebbe quasi impossibile, nonostante i tanti proclami. Alla fine – sarà per l’eterna scuola della chiesa cattolica – siamo più pecore che rivoluzionari: sempre pronti a correre in aiuto del vincitore, diceva qualcuno. E questo mi fa dire che il finale di Educazione fisica sia, drammaturgicamente, favolistico oppure – che è lo stessso – una teoria, una tesi. Ricordo la rivolta dei giocatori francesi al mondiale di calcio: fu una pagliacciata.
Ma, per quel che riguarda lo spettacolo, non è questo il punto. È più intrigante fare un ragionamento metateatrale. Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco sono stati, per anni, colonne portanti e creative della Compagnia Sud Costa Occidentale di Emma Dante. Molti li ricorderanno. Mi sembra naturale, allora, che la loro riflessione sia anche sulle strutture del teatro, e sia anche una violenta, aguzza, analisi di quanto fatto con quella storica compagnia che non lesinava affondi metateatrali. In questa prospettiva le metafore sono straordinariamente efficaci: da un lato gli attori-atleti del cuore, vivaci, creativi, determinati, implacabili se necessario. Dall’altro il regista onniscente, maieuta, despota. E lo spettacolo-partita da fare: è questo l’obiettivo, lo scopo di ogni gesto e ogni pensiero. Chi decide lo spettacolo? Gli attori? Il regista? E, in definitiva, chi è l’Autore-Dio in questo eterno allenamento-training?
Nello struggente mPalermu – spettacolo di dieci e più anni fa, che lanciò la Compagnia Sud Costa Occidentale - la famiglia Carollo non riusciva a lasciare la casa: qui gli atleti non riescono a giocare. Ecco, dunque, la possibilità di (ri)trovare la stessa rabbia, la violenza, la frustrazione, il dolore: e soprattutto un teatro-in-divenire, che è aspra lotta per sopravvivere. Quella umanità che Sabino e Manuela avevano contribuito a inventare e incarnavano in scena con Emma Dante, si ritrova rinnovata negli sguardi, nei gesti, nei ghigni dei giovani atleti-attori. Palla da basket in perenne movimento e borsoni pieni di vita: tracce di umanità, di microstorie, di repressioni e frutrazioni, di sconfitte e illusioni. Sono loro l’anima pulsante di questo mondo chiuso nello spazio asfittico del playground. Bastano uno sguardo, un gesto, una mano fasciata a creare un personaggio. Lo spettacolo, prodotto dal Crt di Milano e dalla neonata Associazione Nuddu, bellissimo nel suo essere acerbo, vive infatti della straordinaria energia dei 14 interpreti: non solo Civilleri, allenatore-maniaco; poi - tutti sempre in scena: Enrico Ballardini, Alice Conti, Giulia D’Imperio, Daniele Giacomelli, Veronica Lucchesi, Dario Mangiaracina, Dario Muratore, Chiara Muscato, Quinzio Quiescenti, Alessandro Rugnone, Francesca Turrini, Marcella Vaccarino, Gisella Vitrano. Visto nella sontuosa sala grande del Teatro Era di Pontedera, Educazione Fisica ha il sapore aspro del sudore e della vita

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