L’Ossservatore carioca
16 Febbraio Feb 2013 1134 16 febbraio 2013

Lo Choro a Sanremo, così canta l'anima brasiliana

Fu scritta nel 1914 e dedicata dal compositore Ernesto Nazareth «ao particular e distinto amigo» Juracy Nazareth de Araujo. Ha dunque quasi cento anno di vita Apanhei-te cavaquinho, lo choro che Stefano Bollani ha suonato sul palco di Sanremo in apertura del suo numero nella serata dedicata alla storia del festival, sebbene con la storia del festival lo “choro” non c’entri, credo, quasi nulla. Ma l’effetto che questa musica meravigliosa provoca sul pubblico è sempre lo stesso: grande sorpresa. Soprattutto quando la si accompagna dicendo che si tratta di musica brasiliana (ohhhhh!) e persino degli anni Trenta (doppio ohhhh!).

Colpo di scena! Si, in Brasile esisteva musica anche prima de La ragazza di Ipanema (1962), che pure è un capolavoro, così come Samba de uma nota so di Tom Jobim, ricordato da Elio nella sua didattica “canzone mono-nota”. Esisteva tantissima musica, anzi si può dire che la ex-colonia del Portogallo sia stata, fin dalla sua scoperta nel Sedicesimo secolo, il laboratorio permanente di una continua evoluzione musicale in virtù del suo ricco meticciato. Nello choro, la musica che vede la luce a Rio de Janeiro nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, convergono infatti le polke, le mazurche e i valzer europei che si innestano sui ritmi brasiliani di origine africana, come il samba e il maxixe.

La fusione funzionò bene alla temperatura di Rio, in quel milieu di suonatori virtuosi immersi in un clima culturale ricco e che avevano affinato l’uso sincopato degli strumenti ritmici e il modo di toccare le corde del bandolim e poi del cavaquinho, proprio quello del titolo del pezzo: una chitarrina a quattro corde e dal timbro acuto. Insieme a chitarre e flauti, di solito, completavano l’insieme strumentale.
Ernesto Nazareth (1863-1934), figlio di un funzionario portuale di Rio, crebbe proprio in quell’area arci-popolare dove si miscelavano tutti i suoni e le culture in arrivo nell’allora capitale brasiliana: la zona del porto, dei quartieri umili e delle prime favelas del centro.

Lo choro era una musica che si suonava dapprima nelle case private, in feste del sabato e della domenica, tra impiegati, piccoli commercianti, intellettuali e musicisti magari classici che però, come faceva il colto e cosmopolita Heitor Vila-Lobos, trovavano nello choro la voce di una autentica cultura viva, ricca di pieghe e sfumature, di umori, dello humor e delle allusioni della strada, ma che pretendeva però una tecnica e una padronanza musicali fortissime. Mix seducente, unico, di popolare e raffinato, di cantabile eppure mai banale, di struggente e vitalistico (non a caso, negli anni Venti e Trenta lo choro era chiamato “il tango di Rio de Janeiro”). Ingredienti che caratterizzano tutta la cultura musicale brasiliana, dove il canto dei deserti aridi, delle montagne, delle foreste e dei fiumi, del pellegrino che attraversa il paese in cerca di fortuna, si incontrano con la storia delle città e delle sue tante anime.

Choro letteralmente significa “pianto” ma, come dice un celebre samba di Noel Rosa, è un “pianto che si ride” e quanto sia vero non si può spiegare: tutti noi sappiamo che spesso è così.

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