Giulia Valsecchi
Cineteatrora
18 Febbraio Feb 2013 1055 18 febbraio 2013

Quell’irrefrenabile sete di sangue e tragedia

Dalle origini il delitto informa la costruzione di paradigmi drammaturgici e letterari come catarsi o innesco di agnizioni, disfacimenti di tele sordide. La maniera archetipica con cui Shakespeare batte il tempo di qualsiasi epoca giocando con i tormenti e le agonie dell’uomo è altresì un’onda in perenne avanzamento sia negli intenti, sia nelle velleità di registi che incontrano grandezze come Macbeth dopo orde di violenze inflitte a una tragedia capitale.

Il pericolo strada facendo è di voler insistere con interpretazioni sempre più evocatrici di choc, carichi di una materia che racconta il reale sotto forma di opposti irrisolti, visioni oniriche e azioni della battaglia tra ambizione e legge morale. Andrea De Rosa, dopo il già ardito tentativo messo in atto con La tempesta, con uguale ardimento e corredo di inserti underground si cimenta con un Macbeth che la dice lunga sulla complessità di un dramma sull’orlo di enigmi e follie ossessive a macchia d’olio.

La coppia di coniugi che pianifica il dardo mortale per ottenere il regno promesso di Scozia apre ogni volta a una schiera di opzioni per cui i rapporti tra le predizioni delle Streghe, gli incubi notturni e il sangue sparso sono diventati anche oggetti di un culto della personalità. La memoria torna a una messinscena di qualche anno fa, dove la regia di Cobelli trattava il verso del bardo come un impeto roboante e fisico, un nevrotico scontro verbale dietro cui l’isolamento di Lady Macbeth traspariva in una sorta di ombra calcata sulle armature e sui corpi nudi o avvolti in pelli nere.

Nelle stratificazioni proposte da Andrea De Rosa il Macbeth di Giuseppe Battiston apre danzando in una festa borghese con musica jazz, divano, lampada e alcolici su un mobile da design. Una scena che si popola man mano anche di Banquo e Lady Macbeth, entrambi in preda all’estasi adrenalinica che per troppi minuti li vede ridere senza motivo preludendo a un destino ineluttabile, una sequela di omicidi con il marchio di mani insanguinate che stringono pugnali aguzzi. Il riso non smette anche per Macbeth e chi ne preannuncia l’odio cieco sono bambolotti mortiferi dalle fattezze di neonati in fila sullo stesso divano.

Le loro sagome si faranno poi ventre di Lady a segnare l’altro vortice interno alla regia di De Rosa: un grembo degno di orrore che si moltiplica e rende il sangue primattore contemporaneo attraverso decine di feti appesi come trofei, mentre il bosco di Birnan avanza e con esso il replicarsi degli spettri con cui Macbeth dialoga. È la risata di Lady Macbeth a non avere però tregua e raccogliersi in un’interprete, Frédérique Loliée, con strascichi di compassione e generica assenza da un personaggio chiave cui non basta il controcanto di un testo intoccabile o la sempre misurata adesione di Battiston.

Il profetizzato re Macbeth e Banquo genitore di re fanno anche i conti con ibride e poco comprensibili coloriture camorristiche di un Seyward che si batte il petto dietro la stessa vetrata in scorrimento avanti e indietro, senza dare davvero continuità a quella paura che si respira nell’inganno del mondo e della sua vocazione sfrenata al potere.

L’idea di un volto che faccia da maschera al cuore è quel criterio da cui di fatto tutto ha origine, il conflitto tra il proposito e l’azione la mossa shakespeariana più eterna. Peccato non si sia rintracciata forma abbastanza credibile oltre che sicura in un ritratto a tinte sanguinarie, un’ennesima versione in cui si sedimentano la confusione sinistra dei morti viventi e una corona ingiusta sul capo del peggiore di loro presto punito. Ma soprattutto si disperde in compiacimento - pur nell’ottima elaborazione sonora di Hubert Westkemper, dove ai monologhi spetta un microfono incorporato ai sussurri - quella voce maestra che detta: «Le paure presenti sono meno forti di quelle immaginarie».

Fino al 3 marzo 2013 - Piccolo Teatro Strehler Milano

Macbeth

di William Shakespeare
traduzione Nadia Fusini
adattamento e regia Andrea De Rosa
con Giuseppe Battiston, Frédérique Loliée, Ivan Alovisio, Marco Vergani,
Riccardo Lombardo, Stefano Scandaletti, Valentina Diana, Gennaro Di Colandrea

spazio scenico Nicolas Bovey e Andrea De Rosa
costumi Fabio Sonnino
luci Pasquale Mari
suono Hubert Westkemper
Produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Teatro Stabile del Veneto “Carlo Goldoni”


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