Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
19 Febbraio Feb 2013 1618 19 febbraio 2013

Avere il doppio cognome non è un privilegio

Il doppio cognome è un diritto? O addirittura un privilegio?

Fra i temi che la campagna elettorale ha riportato in auge c’è anche questo. La battaglia condotta da anni da molte organizzazioni, perlopiù femministe ma non solo, per modificare la tradizione millenaria del cognome paterno e dare ad ogni bimbo che nasce anche il cognome della madre.

Ogni battaglia ha bisogno delle sue argomentazioni per essere convincente e fra quelle portate a favore del doppio cognome sono le più disparate; navigando su Internet si legge di tutto, accanto a discorsi seri sull’eguaglianza fra uomo e donna, si trovano presunte ricerche psicologiche che parlano di bambini felici perché grazie al cognome materno hanno completato la loro identità, rivendicazioni furiose sui nove mesi di dolore delle gestanti che non vengono compensati neanche con il cognome, fino alla più ridicola di tutte: il doppio cognome da un tono aristocratico all’identità del bambino che sin dalla nascita potrà sentirsi un Luca Cordero di Montezemolo anche se vive alle case popolari.

Ci sono tutte le premesse per la nascita di una nuova moda. Se il progetto legislativo che consentirà questa facoltà con moltà semplicità andrà in porto, probabilmente avremo decine e decine di doppi cognomi fra i nascituri dei prossimi anni.

Il sottoscritto rientra fra i “fortunati” che portano già il doppio cognome. Non per decisione materna ma per eredità. I miei antenati, credo nel XIX secolo, per motivi oscuri, scelsero di allungare il cognome. Non erano nobili, nemmeno borghesi. Erano contadini o al massimo piccoli proprietari terrieri.

Non mi sono mai sentito un privilegiato. Forse perché ho già questa “conquista” fatico a capire le ragioni di chi combatte per questo. Il doppio cognome non crea aure di potere, non suscita un particolare fascino, non porta nessun particolare vantaggio nella vita sociale, non ti fa sentire superiore.

Certo non è neanche un peso, esclusa la scocciatura di dover stare sempre a spiegare il perché del doppio cognome. Alla mia risposta: “Non lo so, mio padre si chiamava così e anche mio nonno e anche il mio bisnonno”, in genere segue la considerazione del tuttologo di turno, che o mi attribuisce sicure origini nobiliari, o che porto il cognome materno (una volta una tipa si arrabbiò perché io avevo avuto questo diritto e suo figlio no), o assurde origini sudamericane.

Io penso che ci siano cose più importanti del doppio cognome per cui lottare. Le idiozie di crede ancora che, apparire nobile, conti davvero qualcosa nella vita non meritano risposte. Le donne, invece, credo abbiamo problemi ben più pesanti e gravi verso cui concentrare le proprie energie. Problemi a cui, il doppio cognome, non è la soluzione, nemmeno simbolica.

Paesi come Spagna, Portogallo, Brasile, Messico, da tempo immemorabile trasmettono alla progenie una parte del cognome materno. Eppure le percentuali sulla parità di genere o sulla violenza verso le donne non sono certo migliori dell’Italia. Anzi in alcuni di questi Paesi la situazione è drammatica.

Ciò che deve cambiare è la mentalità, la cultura che deve tendere al rispetto universale della persona in quanto tale. Il cognome è solo un dettaglioGu

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