Città invisibili
19 Febbraio Feb 2013 0652 19 febbraio 2013

Finalmente una biblioteca innovativa, a Delft, in Olanda

“Lavoriamo affinchè Dok sia il salotto di Delft, un luogo dove la gente di tutte le età si senta a casa” racconta Marijke Timmerhuis, Contentmanager presso il Library Concept Center. In poche parole l’ambizione e i termini di un progetto-pilota. Di una biblioteca innovativa.
Un supermercato, come tanti, trasformato in una delle biblioteche più all’avanguardia del mondo. Accade a Delft, cittadina olandese tra Rotterdam e l’Aja. Un centro che finora deve la sua notorietà alle celebri porcellane bianche e blu. E per essere stata la patria dell’artista mito della Golden Age, Johannes Vermeer. Oltre che per essere la sede di una delle più prestigiose università tecniche e polo di ricerca internazionale.
Su questo plafond culturale la nascita di un progetto come quello di Dok, acronimo che mette in fila Discoteek, Openbare bibliotetheek e Kunstcentrum, ma che richiama la parola olandese che definisce il bacino portuale dove ormeggiano le navi, non sorprende. Se non in minima parte. L’idea fondante quella che la conoscenza sia a tutti gli effetti un salvacondotto per lo sviluppo individuale e dei gruppi sociali. Come sintetizza efficacemente anche lo slogan che accompagna questa istituzione, “Il mondo in prestito”.
La vecchia struttura ripensata, anche attraverso una rimodulazione degli spazi. Creando nuova luce e aggiungendo del colore. I 4300 metri quadrati in Vesteplein, in centro città, all’interno del nucleo culturale. Tra il cinema e il teatro. Un ampio spazio suddiviso su tre livelli esaltati dalla facciata trasparente, progettata da Liebeth van der Pol, decorata da grandi sagome di libri. La suddivisione delle sezioni nei piani tutt’altro che casuale. Al piano terra trovano spazio i volumi d’interesse generale. Con isole tematiche rinnovate secondo l’attualità. Frequentemente. Mentre al primo piano sono la narrativa e il media center. Con uno spazio dedicato all’arte che rappresenta la vera peculiarità dell’offerta del Dok. Più di quattromila opere, dalle donazioni storiche alle acquisizioni più attuali, disponibili al prestito. Ma non soltanto. E’ contemplata anche la possibilità di osservare dal vivo gli artisti selezionati. Che si alternano ogni cinque settimane in quello che è una sorta di atelier aperto al pubblico.
L’area dedicata a bambini e ragazzi ha una ricca dotazione di libri disposti in scaffali in verde. Ma anche un baule colmo di travestimenti e un “calcio balilla” per svagarsi un po’. A livello visivo a rubare la scena, salendo la grande scalinata centrale, è la grande hall con il caffè di lato e il soffitto inclinato. Che attraverso le vetrate permette alla luce di circolare. Infine al secondo piano gli uffici.
Il progetto-biblioteca operativo in virtù anche di un sussidio pubblico e finanziamenti privati. Con un abbonamento, a tariffe diversificate in relazione all’età, ma più che “accessibili”, è possibile usufruire dei tanti servizi.
Una biblioteca molto non convenzionale. Nella quale poltrone, sedie e tavoli sono sparsi un po’ ovunque. Nella quale è possibile spostarsi portandosi dietro le tazze del caffè o di thé. Il tutto nell’ottica di accrescere la partecipazione. Eliminando le barriere. Ritornando un po’ alle biblioteche dell’antichità. Quando lettura, studio e discussione costituivano momenti differenti ma complementari. Anche topograficamente.
La valenza sociale dell’architettura esemplificata da uno spazio multifunzionale. In Olanda. Finora perlopiù terra di dighe e di maestri d’acqua. Un suggerimento per molti quartieri di tante grandi città italiane. A partire da Roma. Dove spesso le biblioteche sono luoghi dalle grandi potenzialità. Il più delle volte inespresse. Spazi che potrebbero “legare” insieme Persone e Temi, aspirazioni e storie. Ricostruendo quel tessuto connettivo che appare sempre più logoro.

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