A mente fredda
21 Febbraio Feb 2013 0808 21 febbraio 2013

Matrimonio, natura e unioni omosessuali: riflessioni sparse a mente fredda

Pubblico oggi questo post, cui tengo particolarmente e che, se "congelato", perderebbe in attualità e incisività. Sarà l'ultimo, almeno per un po'. Le dimissioni di Jacopo Tondelli, la persona a cui più di ogni altro devo l'opportunità di aver curato questo spazio, sono un duro colpo su cui devo riflettere, anche in attesa di capire quali saranno i risultati finali una volta che le acque si saranno calmate. Prima di continuare l'attività di blogger, che tanto mi ha appassionato in questi mesi, preferisco aspettare innanzi tutto che si chiarisca la situazione editoriale e redazionale della testata che mi ospita.

Ho avuto notizia ieri, da qui, di uno spot elettorale in opposizione ai progetti di regolamentazione delle unioni civili omosessuali fatto circolare via internet da Fratelli d’Italia. Una cosa di pessimo gusto, rivoltante e fatta apposta per essere una trovata ad effetto, che non merita né il link diretto, né tantomeno una risposta diretta. Tuttavia, esso prende in considerazione un tema relativo ai diritti civili di cui il solo fatto che ancora si dibatta nei termini del “sì/no” e non semplicemente in quelli del “come” è, a mio avviso preoccupante. Provo quindi a mettere insieme alcune riflessioni sparse sulla questione per cogliere quelli che secondo me dovrebbero essere dei punti fermi, senza pretesa di completezza e chiedendo immediatamente venia per le imprecisioni che la necessità di sintesi mi porterà a commettere, su un argomento così complesso.

Prima di tutto, parliamo dell’istituto del matrimonio, la forma più tradizionale e consolidata di unione familiare riconosciuta dalla società e dalle istituzioni pubbliche. Senza scendere (almeno per ora) agli albori di questo istituto, limitiamoci a discutere quello che abbiamo davanti, ovviamente in modo grezzo e senza pretesa di completezza Nella forma a noi più familiare e che più direttamente ha ispirato il modello di matrimonio civile occidentale, ovvero nel matrimonio codificato dal diritto canonico tridentino negli anni della (contro)riforma cattolica, la sanzione del vincolo matrimoniale tra persone che lo contraevano in assoluta libertà e in coscienza rappresentava, tra le molte altre cose, una forma di protezione per la coppia. Una volta chiarito che l’istituzione ecclesiastica (e/o quella civile) non trovavano impedimenti formali all’unione, il riconoscimento della volontà dei coniugi di formare un nucleo familiare li difendeva dalle pretese esterne, specie da quelle della famiglia di origine, che poteva volersi arrogare il diritto di costringere i contraenti a matrimoni combinati. Quando si dichiarava solennemente, in alcuni rituali, che chi aveva obiezioni sull’unione avrebbe dovuto “tacere per sempre”, e che “non avrebbe dovuto osare l’uomo separare ciò che Dio aveva unito”, il comando era rivolto soprattutto all’esterno della nuova famiglia. I genitori della sposa che l’avevano promessa a un altro ragazzo sarebbero stati liberi di prendere decisioni ritorsive, anche di diseredarla (comunque entro certi limiti), ma non avrebbero potuto rapirla e farla ri-sposare a chi gradivano, perché la libera scelta della loro figlia era difesa da un’autorità superiore alla loro che mai avrebbe riconosciuto azioni del genere.

Su questa base, si potrebbero iniziare tante riflessioni. Si potrebbe iniziare a pensare che l’agire di don Rodrigo per distorcere le procedure matrimoniali iniziate da Renzo e Lucia, tanto per dire, non era semplicemente uno sgarbo a due innamorati, ma un attacco a qualcosa di ben più profondo. O si potrebbe iniziare a discettare sui percorsi attraverso i quali, col cambiamento delle mentalità, delle abitudini, dei riferimenti morali e delle condizioni di vita, l’indissolubilità del vincolo matrimoniale è diventata da protezione del nuovo nucleo familiare verso l’esterno a costrizione per contraenti che non sentivano più di poter rinnovare ogni giorno la loro promessa d’amore.

Quello che però mi interessa adesso è un’altra cosa. Nel richiedere la sanzione giuridica della loro unione (eventualmente secondo modalità che comprendano le esigenze di nuove tipologie di convivenza, ma da questo punto di vista il discorso non cambia in modo sostanziale), le coppie omosessuali non chiedono solo il diritto, sacrosanto e impossibile da non riconoscere, di accedere a una serie di facilitazioni sul piano della gestione dell’eredità o della possibilità di prendere decisioni in caso di urgenza medica senza ricorrere a costose e impegnative trafile notarili, ma automaticamente come già accade nel caso di un uomo e una donna regolarmente sposati. Esse richiedono proprio il pieno riconoscimento giuridico del loro diritto a stare insieme senza che nessuno possa dire qualcosa al riguardo e sentire di essere dalla parte della ragione, e alla luce di quanto detto la richiesta appare del tutto legittima sul piano culturale. Come il matrimonio si è sviluppato in un certo modo per tutelare le scelte di una coppia contro il resto del mondo, così oggi potrebbe e dovrebbe essere col riconoscimento non solo de facto, ma de iure di qualunque tipo di unione tra due persone che si vogliono bene. Deve essere chiaro da che parte sta l’ordine costituito, e soprattutto agli occhi di chi ancora ritiene legittimo provare disgusto al solo pensiero di una coppia di persone dello stesso sesso deve essere chiaro chi sta per legge dalla parte della ragione e chi dalla parte del torto.

Detto questo, c’è chi sostiene che le unioni omosessuali non devono/possono essere riconosciute perché sono innaturali. Ma anche l’idea diffusa di “natura” forse merita di essere discussa. Abbiamo visto che il matrimonio, inteso come unione riconosciuta da un vincolo di natura sociale e istituzionale, non ha nulla di naturale, ma è una costruzione antropologica che richiede una certa complessità nei rapporti interpersonali e sociali, e il riconoscimento simbolico e materiale di istituzioni condivise. Al di là di questo (e senza entrare troppo nel dettaglio su un terreno che conosco abbastanza solo sul piano storico-culturale, non certo su quello più prettamente biologico ed etologico), anche l’unione esclusiva di un uomo e una donna finalizzata alla procreazione, pur essendo la forma-base da cui si sono sviluppate anche le unioni formale di natura non monogamica, non risponde in modo così chiaro e netto a esigenze e attitudini “naturali”. L’istinto, conservato in uomini e donne con varie intensità e modalità probabilmente da stadi evolutivi primordiali, alla promiscuità come strategia vincente per garantire la sopravvivenza dei discendenti, è spesso chiamato in causa come attitudine ancora “più naturale” di quella all’unione monogamica. Quest’ultima anzi pare essere, in senso tecnico, una vera e propria “tecnologia”, ovvero una risposta culturale a diversi problemi, determinati forse dalla progressiva riduzione del tempo di gravidanza nelle donne e quindi dalla necessità di costruire un ambiente che, attraverso la protezione di gruppo e la suddivisione dei ruoli, garantisse lo svezzamento in sicurezza e la formazione di figli per molto tempo non autosufficienti.

In questi termini, peraltro, la rivendicazione della maggiore o minore “naturalità” di certi comportamenti perde improvvisamente molta della sua importanza valutativa, perché ci mostra la natura per quello che è: un fatto con cui dobbiamo confrontarci, non necessariamente un valore. E in fondo, giusto per concludere, si può notare che ogni forma di civiltà, intesa come sforzo di uomini associati per migliorare le loro condizioni di vita, è intimamente innaturale. Tanto per fare esempi concreti, curarsi con gli antibiotici, o costruire case in cui stare al riparo al caldo, sono pratiche in varia misura antievolutive, proprio perché non permettono alla natura di fare il suo corso eliminando progressivamente individui della nostra specie.

Però forse è vero: se chi si arroga in nome della “natura” il diritto di proibire ad altri l’esercizio di un diritto civile che non procura svantaggi a nessuno smettesse anche di servirsi degli antibiotici, allora il mondo migliorerebbe.

P.S.: Lo so che qualcuno se lo è chiesto. E la risposta è no. A me piacciono le donne, mi sono sempre piaciute, tanto, pure troppo. Quando ero studente, gli amici scherzavano (spero) dicendo che il più grande ostacolo alla mia carriera sarebbe stata la sensibilità alla scollatura di qualche studentessa. Ma il fatto che nel corso della mia vita mi abbia sempre attratto il sesso femminile è un accidente. Se mi fosse accaduto/accadesse il contrario, esigerei di avere esattamente gli stessi diritti e le stesse possibilità che mi spettano adesso, senza sconti né limitazioni.

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