Parsifal
22 Febbraio Feb 2013 2341 22 febbraio 2013

L’errore strategico del professor Monti

Le previsioni degli analisti alla vigilia delle elezioni sono fatte apposta per essere smentite dalla realtà, che è sempre più “dispettosa” di chi pretende di guidarla e magari di interpretarla con gli occhiali del pregiudizio ideologico e culturale. Eppure, se è permesso, anche l’imprevista “onda lunga” del successo di Grillo rende ancora più acuto e impietoso il deficit di governo e di prospettiva che si è dipanato negli ultimi mesi.

Non è tuttavia un paradosso attendersi una situazione di stallo nella quale nessuno vince a sufficienza. E per un Paese di fatto commissariato dal “vincolo esterno” diventa plausibile aspettarsi una forma in qualche modo mascherata di “Grosse Koalition” che tamponi una nuova emergenza vuoi dello spread vuoi dall’impotenza di forze politiche incapaci di offrire una visione di lungo periodo e un briciolo di speranza per il futuro. In un simile contesto si farebbe decisiva la spinta esterna che (da Obama alla Merkel alla nebulosa dei mercati) ha già scelto di mantenere quel medesimo “proconsole” che rassicura il frastagliato contesto internazionale.

Dopo Monti, se non tracolla nelle urne, forse ci sarà ancora Monti, come “primo motore immobile” di un equilibrio precario ed eternamente provvisorio, com’è nel malvezzo tipicamente italiano. Eppure soltanto un anno fa l’indirizzo sembrava ben determinato con la prospettiva di compensare alla lunga i sacrifici e la smisurata pressione fiscale attraverso una svolta riformatrice verso la crescita. L’amara e diffusa disillusione attuale segnala invece la portata dell’errore strategico compiuto dal premier che pure, nella crisi che l’aveva issato a Palazzo Chigi, aveva margini di manovra e spazi di potere reale di cui ben pochi (anzi quasi nessuno) avevano avuto in passato.

Forse per il corso della sua esperienza europea e l’abitudine ad essere immerso nell’eurocrazia ha condotto Mario Monti ad appoggiarsi pressocchè esclusivamente sullo Stato, lo Stato pesante che c’era e che c’è tutt’ora, senza accorgersi che lo Stato italiano non è la soluzione ai mali nazionali ma è il Problema, il vero problema che impedisce da più di vent’anni la ripresa economica e il tragitto verso il futuro.

Uno Stato prigioniero di una casta di fatto irresponsabile formata dall’alta burocrazia e dalle corporazioni diffuse che, sotto l’usbergo del monopolio normativo e giuridico (tipico da Paese di Azzeccagarbugli) comanda sulla realtà vitale dell’Italia, tiene al guinzaglio la stessa politica e azzoppa ogni ipotesi di innovazione creativa. Si è già ampiamente calcolato che varrebbe due o tre IMU sulla prima casa la banale ipotesi di adeguare agli standard in atto in tutti i Paesi occidentali gli stipendi, le indennità e i compensi della nostra elefantiaca alta burocrazia. Se uno stenografo della Camera guadagna più di Obama, se prosperano felicemente intoccabili le “pensioni d’oro” (a 90 mila euro al mese) nel coacervo di una Pubblica Amministrazione tanto inefficiente quanto fonte inestirpabile di una ramificatissima corruzione, è evidente che lasciare indisturbata l’opaca palude del privilegio pubblico trasmette la sensazione di un fallimento politico (pur con tante vane promesse di spending rewiew ).

La prigione normativa dei “diritti acquisiti” è un macigno inamovibile. Ed è persino difficile intervenire sugli emolumenti dei parlamentari, agganciati per legge agli automatismi economici degli magistrati. Gli stessi che ottengono dalla Consulta le sentenze di “incostituzionalità” sui contributi di solidarietà chiesti agli stipendi pubblici superiori ai 150 mila euro l’anno. Si potrebbe continuare a lungo: ma non è un caso che tutti gli indicatori internazionali identificano i mali del Paese (e sollecitano coraggiose riforme) nella burocrazia, nella corruzione e nel disastro giustizia. (perfino il CSM ammette che l’inefficienza della giustizia civile, ma non solo, costa al Paese tra uno e due punti di PIL ogni anno). E che diventa ormai insostenibile mantenere uno Stato così, con un carico fiscale e contributivo sui ceti produttivi che ammazza ogni possibilità di ripresa. L’austerità e il rigore vanno applicate soltanto e soprattutto al corpaccione dello Stato. E in maniera magari confusa l’elettorato ne è ormai consapevole: al punto, forse, da negare a Monti e al suo fragile raggruppamento una seconda possibilità.

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