Francesco Giubilei
Leggere è rock
22 Febbraio Feb 2013 1417 22 febbraio 2013

Premiamo il merito nell'università italiana

Prendo spunto dalla recente notizia di un calo di circa 60.000 iscritti all'università dal 2003 al 2011, per affrontare un ragionamento sullo stato dell'università italiana. Partiamo dal presupposto che il ruolo dell'università dovrebbe essere quello di formare l'élite del paese e la futura classe dirigente, ma l'università pubblica, così come è concepita, non funziona, o meglio funziona male diventando, inconsapevolmente, lo specchio del paese.
Una volta termina l'università un giovane deve essere messo nella condizione di trovare lavoro ma questo spesso non accade, perchè? Non è vero che nel nostro paese non c'è lavoro, il lavoro c'è ma in certi settori è nettamente inferiore alla domanda. Se ogni anno sono disponibili 10.000 posti di lavoro per i laureati in facoltà umanistiche a fronte di una domanda di 50.000, è ovvio che i restanti 40.000 dovranno riciclarsi in altre occupazione e, non trovandole, alimenteranno la disoccupazione. Al contrario, ci sono alcuni settori (come l'agricoltura, la manifattura specializzata) che sono carenti di lavoratori. Come si risolve questo problema? Innanzitutto con un test di ingresso a tutte le facoltà, un esame serio che riesca realmente a valutare se uno studente ha i requisiti per accedere al corso a cui si vuole iscrivere. Perchè questo non avviene? L'Italia risulta sotto la media Ocse (trentaquattresima su trentasei paesi) con solo il 19% di giovani tra i 30-34 anni con una laurea, contro una media europea del 30%.
Per non sfigurare nelle classifiche internazionali abbassiamo il livello della nostra università cercando di bocciare il meno possibile e favorire il percorso degli studenti con esami facili.
Nonostante ciò il 33,6% degli studenti è fuori corso. Vorrei spendere qualche parola su questo malcostume tutto italiano. È sacrosanto il diritto alla studio e tutti devono essere messi in condizione di potersi iscrivere all'università pubblica, anche attraverso borse di studio. Dal momento in cui uno studente, invece che laurearsi in tre anni ne impiega quattro o cinque, deve essere tassato con un importo di tre-quattro volte superiore a quello standard, non può permetterselo? Abbandonerà l'università dopo aver perso la borsa di studio che gli era stata concessa. Ho scoperto, cosa che mi ha lasciato senza parole, che il “Laziodisu”, l'ente per il diritto allo studio nel Lazio elargisce una borsa di studio per gli studenti primo anno fuori corso.
Purtroppo la nostra università è figlia di un certo tipo di cultura che tende ad appiattire il merito e promuovere un egualitarismo diffuso a discapito della meritocrazia.
Ribadisco l'importanza di concedere a tutti il diritto allo studio, ognuno deve partire dallo stesso punto, senza agevolazioni o preferenze. Se durante gli anni universitari uno studente darà dieci e un altro cento, è giusto che il secondo venga premiato e sia riconosciuto il suo valore.
Come sottolinea Michel Martone, Viceministro del Lavoro e delle politiche sociali – famoso per aver dichiarato “Chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato” frase che scatenò una grande polemica, ma aveva poi torto? - in un articolo sul suo blog sull'Huffington Post, deve essere premiata la competizione.
“Ogni anno entrano nel mercato del lavoro globale più di 40.000.000 giovani che sono cinesi, indiani, brasiliani, russi e aspirano al nostro stesso tenore di vita. Molti di loro sono laureati in materie scientifiche, parlano l'inglese, lo spagnolo o il cinese e sono pronti a grandi sacrifici pur di attrarre investimenti e imprese per trovare lavoro. Per contrastare questo fenomeno, che ormai è inevitabile e ha fatto crescere la disoccupazione giovanile fino al 36,6%, noi non abbiamo altra strada se non quella di accettare la competizione, aprirci al mondo, imparare le lingue e scommettere sulla formazione e sulle competenze”.
Martone continua asserendo “non è vero che la laurea è inutile”, sono d'accordo con lui, la laurea è un capitale, il risultato di anni di studio e sacrifici, bisognerebbe solo che il sistema paese la valorizzasse maggiormente non relegandola ad essere un semplice attestato.

Francesco Giubilei
@francescogiub

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook